Intervista a Carlo Denei

Questa volta parliamo di Carlo Denei, comico e autore televisivo. Ha fatto parte fin dalla sua fondazione dello storico gruppo Cavalli Marci ed oggi è in pianta stabile dal 2005 a Striscia la Notizia. Denei è a Cologno Monzese per curare il monologo iniziale di Ezio Greggio. Quando in gennaio Greggio va via, Denei torna in Liguria a fare molte cose.

Carlo, da gennaio fino a metà settembre come organizzi il tuo lavoro?

In questo momento della mia vita sto facendo parecchie cose oltre al cabaret. Intendiamoci, quello del comico è il gioco che so fare meglio e che amo di più, il cabaret mi ha premiato al di là dei miei reali meriti; grazie alla comicità ho partecipato a diversi programmi televisivi sulle reti Rai e Mediaset, ho calcato per almeno quaranta volte il palco del Politeama Genovese, il “mio” teatro, quattro volte l’Ariston di Sanremo, una quindicina il Ciak e il Nazionale di Milano e così via. Ma non credo che continuerò a salire su un palco anche in tarda età. Se non vorrò scendere, dovrò virare verso altre espressioni che mi permettano di comunicare con la gente, e visto che sistemi per esprimere ne conosco altri, sto cercando di adottarli tutti, o almeno tutti quelli che conosco. Quindi ho deciso di cimentarmi anche in discipline diverse dal cabaret duro e puro.

Ad esempio la scrittura?

Sì, in febbraio è uscito il mio settimo libro, ed è quello che più mi somiglia. S’intitola “Come se fossi sano” ed è quasi un manuale per ipocondriaci. Un vero e proprio diario di un anno vissuto da un incallito ipocondriaco; mai una vera malattia ma ogni giorno un disturbo diverso che viene annotato affinchè non sia dimenticato o peggio, superato da un più grave problema.

La presentazione del libro è stata bellissima. Eravamo da Feltrinelli a Genova, in centro, il relatore per l’occasione era l’attore Alessandro Bianchi, mio amico e collega nei Cavalli Marci. C’era pure un ospite musicale, il cantautore genovese Enrico Lisei con “La nevrosi”, una divertentissima canzone che alla fine degli anni ’90 spesso esibiva al “Costanzo show”. Quel pomeriggio in libreria c’era tantissima gente e tutti comprarono il mio libro che quel giorno andò subito in esaurimento. Non so se Feltrinelli ha poi rifatto gli ordini, perché l’editore è un altro (Cordero Editore).

Ma tu sei realmente ipocondriaco?

Sì, infatti il personaggio del libro non è altro che la mia caricatura.

Quello dell’ipocondria è un argomento che mi ha affascinato e terrorizzato al punto da farmi scrivere (per esorcizzare le mie reali paure) monologhi comici e canzoni. Anni fa, e più precisamente nel 1996, uscì una raccolta in cassetta intitolata “Baci e bacilli” dove c’erano canzoni (un paio di queste furono arrangiate dal maestro e amico, Paolo Besagno) dai titoli che non lasciavano spazio ad altre interpretazioni: “Blocco renale” “Fegato blu”, “Morte in diretta”…

Restando sul tema ipocondria, ti sei anche buttato sul teatro vero e proprio

Bè, si tratta comunque di teatro comico, ma non è certo cabaret, è teatro con tanto di regia, luci e quarta parete. Dall’aprile del 2016 porto in scena “Se c’è pubblico guarisco”, con la regia di Lazzaro Calcagno. Sono dentro la magica scatola a raccontare una storia senza le interazioni col pubblico cui ero abituato. L’ho già replicata parecchie volte e alla fine di ogni rappresentazione ci sono persone che vengono a dirmi: “Anche io sono così ansioso, ma ora che ho visto il tuo spettacolo sento che qualcosa è cambiato”.

Restiamo sul teatro, ho sentito che ti darai al dialettale

Sì, ci siamo quasi ed è un altro sogno che si realizza. L’ultima mia apparizione in una commedia simile l’ho fatta nel 1985, recitavo poche battute in “L’estratto di toromicina” con Franco Palladini, un grande autore e attore di commedie in genovese.

Ho conosciuto la lingua della mia città natale prima di imparare l’italiano. Da bambino, fino all’età di quattro anni, ho dialogato allegramente in genovese con mio nonno materno. Dopo la sua morte non l’ho più parlato se non in sporadiche occasioni, però ho mantenuto la padronanza. Così ho accettato questa nuova scommessa e insieme col mio amico e collega Stefano Lasagna e la mitica e pirotecnica cantante Franca Lai presenteremo in primavera una commedia tutta da ridere, in genovese. Franca interpreterà una improbabile signora delle pulizie con la passione per il canto e durante lo svolgersi della commedia, canterà qualche suo storico pezzo.

A proposito di cantare, parlaci di Juan Bon Govi

È un personaggio semicomico, un cantante che mi sono inventato per comunicare nella mia lingua d’origine. Sul palco racconto che è nato per avvicinare gli anziani che amano il genovese alla canzone italiana ed è una via di mezzo tra la rockstar Jon Bon Jovi e Gilberto Govi: Juan Bon Govi, appunto. Traduco, ma non proprio letteralmente le canzoni di Morandi, di Mina o Ruggeri. Per esempio “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stone” diventa “Ghe-a un fantìn che còmme mi u l’amàva i Trilli e a Franca Lai” Eccetera.

E le canzoni serie?

Quelle le ho sempre fatte, solo che trovavo sconveniente mostrarle in pubblico. Le proponevo ad amici, a mia moglie, alle persone di cui mi fidavo e che a volte potevano dirmi se il pezzo era brutto oppure no. Poi scrissi una canzone nostalgica dal titolo “Secolo e Focaccia”, arrivò all’orecchio dell’allora direttore Alessandro Cassinis che decise di farmela pubblicare. A quel punto basta dubbi o remore, sono diventato un fiume in piena ed ho incominciato a scrivere senza fermarmi. Dopo il cd “Secolo e focaccia” è uscito “L’ora di te”, una raccolta di canzoni pop cantautorali, che mettono al centro della scena l’amore. Amore per la donna che ho sposato, amore per la mia città e anche per il pianeta, così poco amato e sofferente.

Grazie ai miei amici Davide e Alessandro De Muro, chitarristi immensi e splendide persone, ho fatto diversi concerti ed ho preso parte ad un’edizione di “Ottobre De Andrè” organizzata dai “Fieui di caruggi” di Albenga.
Io, ci tengo a dirlo perché non vorrei passare per quello che sa fare tutto, non sono un musicista e suono la chitarra piuttosto male, solo mi diverto a mettere la musica a certe mie parole. Credo sia legale.

Faccio anche canzoni su ordinazione. Ne ho scritto una che parla di artigiani, e qui c’è la collaborazione dei Giovani Canterini di Sant’Olcese, una che parla di pesto e una sulle acciughe. Sono tutte inedite, per adesso, ma spero ne sentirete parlare presto.

Parlaci della tua prossima camminata con i Trilli

Somiglia al mio viaggio a piedi che feci nel 2018 da Genova a Sanremo per promuovere il cd “L’ora di te”.
Quella volta raggiunsi Sanremo in otto giorni col solo uso delle scarpe, era la settimana del Festival, la cosa ebbe un discreto riscontro, ma non il successo che avevo immaginato alla partenza (anche perché alla partenza ne parlò persino Striscia la Notizia), la verità è che il Festival di Sanremo non ti favorisce, ti schiaccia e ti riduce in polpette perché lo spazio lo vuole tutto per se.

Stavolta con Vladi e i Trilli partiremo a piedi da Chiavari, una città del Levante ligure, per omaggiare tutta la Liguria. Metteremo al centro le nostre eccellenze e non solo musicali. (cucina, scultura, danza, sport, poesia e pittura del nostro territorio).
E poi la lingua: a trentacinque anni dal debutto al festival di Sanremo di Pippo e Pucci, i Trilli riporteranno a Sanremo “Pomeriggio a Marrakech”, la canzone con cui i Trilli avevano partecipato cantando in italiano, solo che stavolta la faranno rigorosamente in lingua ligure.
Partiremo il lunedì di pasquetta, 13 aprile 2020, lontani dal Festival e saremo come un treno che si ferma a far salire gli artisti che avranno piacere di parlare di un loro lavoro, vecchio o nuovo e potranno portarlo sul palco la sera del nostro arrivo alla tappa conclusiva su un palco importante. Abbiano chiesto l’Ariston. Speriamo ce lo diano.

Denei, concludendo, a Roma direbbero: facce ride

Ok, chiudo con una battuta su noi genovesi a cui non rinuncio mai nei miei spettacoli e che racchiude l’essenza della nostra presunta tirchieria: noi genovesi, in caso di suicidio, non ci uccidiamo col gas ma con la luce; accendiamo la luce in tutte le stanze e ci lasciamo morire d’infarto davanti al disco del contatore che gira come un frullino.

Non esiste più il contatore della luce col disco, ma la battuta resiste e, vi assicuro, fa sempre un certo effetto sulla gente.

Please follow and like us:

Intervista a Enrico Lisei

Enrico Lisei – Foto: Angelo Lavizzari

Chi è Enrico Lisei?

Eh..bella domanda! Potrei partire dal curriculum, ma quello lo trovi su wikipedia o sul sito www.enricolisei.it. Vediamo… potrei dirti che è un uomo che per buona parte della sua vita e ancora adesso, segue le sue passioni, si diverte, legge tanto e si pone domande, dubbi, su quale sia la nostra funzione in tutta questa realtà che chiamiamo mondo o vita. Anche se a volte cedo alla malinconia, ho la fortuna di essere un ottimista.

In questo periodo, a parte la gioia di vedere pubblicato il terzo album Leggero, sono ancora inquieto e triste per la vicenda tragica del Ponte Morandi. In primis per le vittime, poi per il fatto che la mia infanzia l’ho passata proprio lì sotto; mia madre vive ancora oggi al limite della zona rossa.

Posso poi aggiungere di essere curioso verso qualunque forma d’arte e interessato alle storie delle persone per un senso di comunità e solidarietà germogliato fin quando ero piccolo, come mi è successo anche con la musica d’altronde.

Leggiamo dalla tua wikipagina: cantautore, psicologo e terapeuta. Quale significato ha oggi il termine “cantautore” e quanto ha pesato sulla tua maniera di scrivere e sulla tua creatività essere psicologo e terapeuta? Se parli di umanità per scrivere canzoni, puoi avere, una riserva enorme di materiale quasi inesauribile se osservata con gli occhi del terapeuta…

Se andiamo a vedere, il termine cantautore oggi ha un significato diverso da quando iniziai, cioè nel 1982 vincendo un concorso di Teddy Reno e Rita Pavone che mi portò a firmare una opzione discografica con la RCA. Io sono cresciuto in un epoca in cui il cantautorato era un qualcosa di “alternativo” ad un certo tipo di musica più “leggera”, il cantautore andava ascoltato e stimolava il pensiero, la riflessione critica anche con canzoni apparentemente semplici; era un momento storico dove la musica aveva un vero spazio per l’ascolto e non mi riferisco solo ai cantautori, ma anche ai musicisti come i Genesis o i Pink Floyd. Purtroppo questo spazio adesso non c’è quasi più, perché tutto si è velocizzato e un po’ appiattito. Quanto ha pesato il mio essere terapeuta sulla mia creatività di cantautore? In un primo momento, da ragazzo, non immaginavo nemmeno di diventare psicoterapeuta e quindi a quel tempo ti avrei detto..cosaaa? Oggi ripensandoci ti dico, si, molto. Questo si collega a quello che dicevo prima, cioè che sono sempre stato interessato alle storie delle persone, ai loro desideri che scoprivo essere parte di me; ho anche sempre trattato temi dell’amore, in tutte le sue forme dal sociale al privato. Direi soprattutto che la creatività arriva a getto continuo quando ti accorgi come uno stesso desiderio possa essere realizzato in tante forme quante sono quelle in cui si manifesta l’umanità.

Nel 1993 arriva l’esperienza a Sanremo, un momento che molti giovani artisti vorrebbero vivere. Rispetto ad allora, cos’è cambiato in questi venticinque anni e cosa ci si aspetta adesso da un artista che si affaccia alla cosiddetta notorietà?

Sanremo è stata una esperienza straordinaria. Fui scelto da una commissione dove c’erano persone di cui avevo una grande stima come Pino Donaggio, Sergio Bardotti, Carla Vistarini, Mario Pezzolla, oltre ovviamente a Pippo Baudo. Per me il solo fatto di essere stato scelto fu un successo, oltretutto si trattava di affrontare quel palco che sognavo da bambino. Nell’esibizione pensai che dovevo suonare per il pubblico nel teatro, anche perché il solo pensiero di essere visto da milioni di persone mi terrorizzava. Andò bene per la critica, per il teatro, meno bene per i voti da casa, forse perché il pezzo non era proprio da Sanremo, fu un errore mio e del discografico che non supportò bene il progetto dopo il festival. Comunque c’è da dire che le aspettative su di un artista che partecipava al festival di Sanremo erano alte, cariche di ansia e di tensione, cosa che adesso mi pare quasi paradossale per una passerella di canzoni, anche se bisogna dire che è sempre stato un grande business per impresari e discografici. Sbagliare Sanremo significava non avere tournee, o uscire dal giro in breve tempo.

Oggi a mio parere, è rimasta l’unica vetrina per nuove canzoni, ma vuoi per il fatto che da festival si sia trasformato in show, vuoi per la nascita dei talent (su cui i discografici fanno più affidamento perché non hanno più spese promozionali per un artista di solito giovanissimo, dal momento che quest’ultimo, se inserito nel programma, ha mesi di spazio televisivo assicurato), non ha più quella importanza che aveva un tempo. Però il giovane che esce dal talent deve assumere un certo ruolo: è vero, il marketing c’è sempre stato, ma oggigiorno sembra essere l’unica cosa importante per questa discografia agonizzante. Mi sembra che l’autenticità di chi scrive e canta le proprie canzoni non sia quasi presa in considerazione da questo tipo di format, di conseguenza ci saranno magari cantautori originali in giro che non ascolteremo mai. Oggi attraverso internet ci sono nuovi canali per esprimere altre forme di musica. E’ un mondo più complesso, con più stimoli . Il problema è che l’inflazione della musica porta alla sua svalutazione (come accade in economia con la moneta) e la gente si trova a non saper più cosa scegliere non essendo valorizzati gli artisti di qualità.

Enrico Lisei – Foto: Angelo Lavizzari

Abbiamo ascoltato le tue canzoni, letto i tuoi testi. L’ironia, un concetto del quale spesso si abusa ma che racchiude in sé forse la soluzione a tanti dei mali di ogni tempo, la fa da padrona. Brevemente, cosa pensi dell’ironia e in che misura può essere utilizzata come farmaco salvavita?

Shakespeare diceva “Chi non scherza è un gran buffone”. In quello che lui chiama scherzo io ci vedo ironia. Intendo proprio quella capacità di vedere le cose in maniera da non prendersi troppo sul serio perché la vita ha mille sfumature. Non intendo il sarcasmo, che porta con sé l’amarezza di chi è sempre ostico e mai in pace col mondo, ma l’ironia. Affrontare le diverse situazioni in modo ironico denota una capacità critica e riflessiva profonda che può essere usata come vero e proprio farmaco salvavita. La vita per quanto bella, è piena di curve e non avere senso dell’ironia significa aspettarsi sempre un rettilineo dietro la curva con i rischi conseguenti che potete immaginare. Ironia è sintomo di intelligenza… e non lo dico perché la uso io ..eh ..eh ..eh.

Sempre dal tuo profilo, leggiamo delle tue numerose collaborazioni. Tra le tante, ne scegli una da raccontarci?

Posso a raccontarvi l’ultima. In questi anni in cui non facevo dischi ho sempre scritto canzoni. Ogni tanto sentivo diversi editori, tra cui lo storico Ed Curci con cui sono sempre rimasto in ottimi rapporti.

Avevo fatto un provino esagerato di una canzone e dico esagerato perché sembrava già pronto per un vero e proprio disco. Dopo averla inviata all’editore, niente! Una mattina mentre ero a fare una formazione per colleghi psicologi mi arriva una telefonata: “Ciao sono Gianni Morandi, ho sentito la tua canzone e mi piace, la vorrei registrare nel prossimo cd”. Una bella emozione: un grande cantante che canta una mia canzone la quale (nella mia presunzione da cantautore ) non considero una canzonetta estiva. Gianni canta con una naturalezza invidiabile ed è una persona così come la vedi anche sul palco. Ci incontrammo la prima volta, dopo la telefonata in autostrada, in un autogrill per andare insieme nello studio di registrazione che si trovava in Toscana. Lavorammo insieme nello studio e lui, molto umilmente mi chiedeva le note precise della parte melodica. Diceva: “senti Enrico ma qui è così o così ?” intonando due note singole e risposi: “non mi ricordo mi sembra la seconda”, così lui: “Ho capito ma è un salto di decima! Come lo fai tu?” ed io: “Si, ma sei tu Gianni Morandi!”

Nella conferenza stampa, in un gioco di menaggio (n.d.r. “presa in giro”, per i non liguri), lui raccontò che la canzone la cantavo meglio io, e io dissi che lui non la faceva proprio bene.

Quando arrivammo allo studio mi presentò al fonico come l’Enrico della canzone Canzoni stonate, io rimasi spiazzato e il fonico mi chiedeva cose a riguardo, fu divertente. Questo menaggio è tipico di Gianni, in una competizione continua, sana. Mi raccontò che questo tipo di gioco si era abituato a farlo con l’amico mai dimenticato Lucio Dalla.

Please follow and like us:

Intervista a Fabio De Sanctis De Benedictis

Oggi TrallalerOnline intervista Fabio De Sanctis De Benedictis, professore presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali “P. Mascagni” di Livorno.

Fabio De Sanctis De Benedictis – Foto di Beata Moczydlowska, per gentile concessione dell’autrice

Grazie per avere risposto al nostro invito. Iniziamo subito con le domande:

Chi è Fabio De Sanctis De Benedictis?

Prima di rispondere vorrei ringraziare la redazione di Trallalleronline per l’invito, che ho accolto molto volentieri. Mi trovo sempre un po’ in imbarazzo nel parlare di me stesso, cerco di superarlo e di cominciare a dire che mi sono formato a Livorno, proprio nell’Istituto dove adesso insegno, diplomandomi in Violino, in Musica Corale e Direzione di Coro e infine in Composizione. Mi sono perfezionato con Manzoni alla Scuola di Musica di Fiesole alla fine degli anni Ottanta e inizio anni Novanta, e ho insegnato al Conservatorio di Cagliari e più a lungo in quello di Latina. Vinti vari concorsi a cattedre, ottenendo le relative nomine, ho scelto la titolarità di Cultura Musicale Generale, oggi Teoria dell’armonia e analisi, settore che comprende vari insegnamenti, a Livorno, dove tengo anche corsi di Elementi di composizione e analisi per la didattica della musica e Ambienti esecutivi e di controllo per il live electronics. Nel (poco) tempo che il lavoro mi lascia cerco di coltivare il più possibile la mia attività di ricerca e di composizione. Sono sempre stato molto curioso, quindi mi sono interessato di varie discipline: Analisi musicale, Composizione, Informatica musicale e Musica elettronica. In questi ultimi anni ho scoperto come potevo riunire queste attività e passioni. Quindi ho iniziato ad occuparmi di estrazione di tecniche compositive attraverso l’analisi, soprattutto per il repertorio del Novecento, e ormai dovremmo dire del Duemila, e della loro formalizzazione algoritmica. Un primo risultato di questo lavoro, ancora in corso, è stato la creazione di una libreria software di composizione algoritmica, per Open Music e per PWGL, dedicata appunto alle tecniche compositive del Novecento. Non vorrei annoiare oltre misura, quindi concluderei semplicemente con l’indirizzo del sito dei miei corsi, dove, navigando tra le pagine, si possono trovare informazioni ulteriori, le mie pubblicazioni, le diapositive di conferenze e dell’attività Erasmus, e dove si può scaricare la libreria suddetta: https://sites.google.com/site/fdsdbmascagni/.

A proposito della tua attività di insegnante, parlare di musica ai ragazzi ma soprattutto fornire loro gli strumenti per praticare il mondo dei suoni è una bella avventura. Come si trasferiscono oggi queste informazioni?

I corsi che tengo sono collettivi, con studenti la maggior parte provenienti da insegnamenti di strumento, con classi che possono andare da pochi studenti a trenta e oltre. Quindi la trasmissione delle informazioni avviene in modo un po’ differente da come potrebbe essere in un corso individuale. Talvolta penso che conti, oltre alla qualità dei contenuti, anche il modo in cui si trasmette l’insegnamento, ossia con passione, entusiasmo e curiosità – e anche un po’ di antiaccademismo – che possono diventare sanamente e proficuamente contagiosi. Se poi riesca o meno nel mio intento, a questo certo dovrebbero rispondere i miei studenti. Cercando di analizzarmi evidenzierei una caratteristica che può essere tanto positiva quanto negativa: come alcune volte dico anche ai ragazzi, data pure la loro fascia di età, do per scontato che tutti noi amiamo la musica, altrimenti non ci troveremmo a studiarla e praticarla, anzi, ci saremmo procurati la forma più sublime di tortura per tutta la vita, considerata la fatica, assiduità e sacrificio che richiedono gli studi musicali. Sorvolando per il momento sulle grandi soddisfazioni che però possono dare. Non mi soffermo troppo quindi sul lato affettivo ed estetico. Cerco di presentare i concetti nella forma più efficace e diretta, coniugando il più possibile la teoria e le immediate conseguenze e applicazioni pratiche nel campo compositivo e analitico, che sono i miei settori di competenza. Questo richiede di sottolineare maggiormente l’aspetto tecnico e razionale piuttosto che sensibile e affettivo, di ‘smontare’ letteralmente e ‘rimontare’ i brani musicali. Del resto insegno in un Istituto di Alta Formazione. Mi rendo conto che ciò può essere poco consono ad alcuni tipi di sensibilità, ma, pur stando attento a non esagerare questa mia tendenza, non posso, e neanche credo sia completamente giusto, prescindere totalmente da me stesso. Seguo, adattandolo, il dettato di Donatoni, compositore che apprezzo molto, che ricordava come la composizione, in quanto fatto creativo in sé, non possa essere insegnata. Tuttavia la creatività di un ragazzo può risvegliarsi attraverso la trasmissione della tecnica e dell’autoanalisi dei propri procedimenti.

Nella tua attività gioca in ruolo fondamentale l’analisi musicale. Puoi parlarci del lavoro che stai svolgendo in quest’ambito della ricerca musicale?

Sì, come dicevo poc’anzi in tarda età ho scoperto come potevo riunire alcune mie passioni diverse, e quindi ottenere la formalizzazione algoritmica delle tecniche compositive dedotte analiticamente.

La passione per l’analisi mi è stata probabilmente trasmessa dal mio vecchio professore di Italiano al Liceo, Noè Fasolo, purtroppo non più tra noi, che insegnava con un metodo strutturalista, quindi centrato sull’analisi puntuale, tecnica e scientifica del testo, più che, ad esempio, sugli studi critici di altri. All’epoca mi chiesi se e come questo poteva essere trasferito alla musica, e nacque una prima analisi, pubblicata su Sonus nel 1990, delle Bagatelle per quartetto d’archi di Anton Webern, che sotto alcuni aspetti era un tentativo di trasferire alcuni di quei concetti sul piano musicale. Questa inclinazione, cioè di lavorare principalmente sul testo musicale, pur consapevole dei limiti che ciò comporta (ma quale metodo non ne ha? L’importante è esserne consapevoli e non feticizzare la tecnologia), penso mi sia rimasta. Per me l’analisi ideale dovrebbe essere quella in cui ogni segno della partitura viene spiegato in termini di processi compositivi – anche se ovviamente non sempre può o deve essere così – fornendo un solido strumento di conoscenza che altri possano utilizzare per ulteriori studi di ordine critico, storico, stilistico e quant’altro. Non sto dicendo, sia chiaro, che questa posizione sia l’unica valida e possibile. Anche in campo didattico cerco di trasmettere più metodologie analitiche agli studenti, rendendoli edotti del fatto che ogni metodo ha le sue caratteristiche e i suoi limiti, nonché il proprio campo di applicazione (chi analizzerebbe dodecafonicamente un Mottetto di Palestrina?); quindi più metodologie conosciamo e applichiamo e più chiavi di lettura del fenomeno musicale abbiamo. E più diveniamo interpreti consapevoli di ciò che suoniamo.

Personalmente poi, per quanto riguarda la mia attività di composizione, non potendo permettermi di viaggiare per il mondo per frequentare i molti validi corsi di composizione che si possono trovare, l’analisi ha rappresentato anche un modo indiretto, certo più lungo e faticoso, di “andare a bottega” dal compositore di cui analizzavo l’opera.

Quali sono i tuoi progetti attuali e futuri?

Attualmente, oltre all’attività all’interno del GATM e alla cura e organizzazione di alcune attività del mio Istituto, come ad esempio la stagione di concerti di musica contemporanea ed elettronica Suoni Inauditi quest’anno alla decima edizione, sto lavorando su alcune composizioni che vorrei e dovrei ultimare a breve. A questo riguardo ci sono anche alcuni progetti compositivi nel cassetto che giacciono lì sin dalla mia gioventù, che spero di avere il tempo e l’opportunità di portare a compimento. Sul campo dell’analisi musicale mi piacerebbe analizzare alcune opere che hanno significato molto per me negli anni passati. Ritengo l’analisi musicale un atto di amore, concetto espresso pure da altri, anche se può sembrare paradossale, visto che con questa pratica si ‘vivisezionano’ le partiture. E mi sembra importante provare a saldare, senza peccare di presunzione, il debito di gratitudine che ho con queste opere e compositori, secondo una continuità che non significa tradizionalismo, ma senso della storia, del chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. Domande che oggi forse non sono più attuali, secondo alcune logiche correnti, ma a mio avviso parte ineludibile dell’essere umano, della sua dignità. Infine mi piacerebbe sintetizzare l’esperienza didattica di questi ultimi venticinque anni in alcuni testi. Forse sarà l’età, ma vorrei iniziare a lasciare le cose in ordine, sperando che possano essere di sussidio per qualcun altro. Dovrei anche sbrigarmi, poiché alcune volte altri arrivano a stesse conclusioni su determinati argomenti, parallelamente per la loro strada, per cui magari alla fine mi rimarrebbe poco di nuovo da dire… In ultimo, ma non meno importante, un po’ più di tempo per la vita privata.

La nostra intervista si conclude qui. Siamo davvero molto felici di poterti ospitare tra le nostre – se pur virtuali – pagine. Ti ringraziamo per la cortesia con la quale hai accettato il nostro invito e attendiamo tue notizie, segnalazioni e quant’altro, relativo alla tua attività, possa essere condiviso sulla nostra rivista. Buon lavoro e a presto!

Grazie a tutti voi per questa piacevole occasione, complimenti per la vostra iniziativa e buon lavoro!

Please follow and like us:

Il duo Faravelli/Burrone

Stefano Faravelli (piffero) e Matteo Burrone (fisarmonica)

Chi sono Faravelli e Burrone?

Due individui rapiti dagli extraterrestri in giovane età, a 18 anni di distanza l’uno dall’altro. Al rispettivo ritorno hanno scoperto di essere scelti come papabili successori e portatori della loro cultura musicale tradizionale.

Scherzi a parte, due normalissime persone con una smisurata passione per la cultura musicale del loro territorio, ossia le Quattro Province (Pavia, Alessandria, Piacenza, Genova). Ci siamo conosciuti sul territorio io, Stefano, originario dell’alta valle Staffora, precisamente di S.Margherita, mi occupo di questa realtà da circa 32 anni e Matteo, anch’egli originario della medesima valle, precisamente di Negruzzo, sebbene molto più giovane, ha all’attivo vent’anni di carriera. Per quello che riguarda la nostra formazione, data la differenza d’età, abbiamo seguito percorsi leggermente diversi: Matteo si è interamente formato con il pifferaio Stefano Valla dall’età di 6 anni, per poi intraprendere uno studio tecnico dello strumento. Stefano si forma prevalentemente come autodidatta, anche se guarda a Stefano Valla come riferimento stilistico.

Stefano Faravelli
Matteo Burrone

Il repertorio del duo rispecchia quello che è il patrimonio consolidato delle accoppiate pifferi-fisarmonica o avete introdotto novità?

Principalmente si, nel senso che abbiamo guardato al passato più e meno recente per gli elementi stilistici e per imparare il repertorio così come patrimonio consolidato, come lo avete giustamente definito. Dopodiché, con il passare degli anni, dal 2010, anno in cui ci siamo incontrati, ci siamo limitati ad arrangiare alcuni brani della tradizione più recente, con armonie e stilemi richiamanti la musica jazz, con tutto rispetto parlando per i jazzisti.

A Matteo: ti abbiamo sentito cantare alla bujasca, brani dolcissimi, dove la musica antica va a braccetto con le sonorità più attuali. In che modo il patrimonio vocale dell’area appenninica ha influenzato il tuo essere musicista?

Devo dire che, purtroppo o per fortuna, mi sono accorto relativamente tardi che quello che consideravo cultura musicale o canora era patrimonio di tutta un’area geografica: quel che avete sentito cantare da me o da altri e che denominiamo evidentemente e in ugual maniera canzoni alla Bujasca, sono le canzoni che mia mamma Lauredana mi cantava per farmi addormentare da bambino e che mio papà Elio sentiva in loop nello stereo, quello a “cassette” e più avanti nel lettore CD della nostra macchina. Sono le canzoni che mio zio Claudio cantava in giro per casa e che ad oggi con Stefano, mia sorella Chiara (che canta meravigliosamente bene), i miei cugini Pietro e Yuri e tanti altri cantiamo in auto nei nostri viaggi. Per questo motivo, tutto questo grande raccoglitore di canzoni ha influito in modo naturale su di me, ma più che sul mio essere musicista, sul mio essere il Matteo che sono oggi.

Cantare alla bujasca…

A Faravelli: parliamo dello strumento che suoni (il piffero). Quali le sue caratteristiche e chi, ancora oggi, costruisce pifferi?

E’ un areofono ad ancia doppia, progenitore dell’oboe. Ad oggi, che io sappia, i pifferi vengono ancora costruiti dal mitico Ettore Losini detto Bani, che è anche un bravissimo suonatore, e da Stefano Mantovani, eccellente artigiano appassionato da sempre della nostra musica; personalmente oggi suono un suo strumento .

La musica per piffero e fisa è evidentemente funzionale. A differenza di altre forme di musica popolare esistono settori del repertorio dedicati a occasioni particolari: matrimoni, feste dei coscritti, feste di paese, celebrazioni comunitarie. Potete raccontarci un po’ come viene utilizzato il repertorio all’interno delle comunità in cui viene normalmente eseguito?

La musica delle Quattro Province, come sicuramente avrete sentito, è considerata uno dei cinque repertori musicali autoctoni della penisola italiana; conseguentemente il legame con il territorio in cui è nata e in cui si è sviluppata è molto forte. È inevitabile che determinati momenti tipici del tessuto sociale e della quotidianità vengano raccontati in musica attraverso particolari tipi di repertorio. È il caso dei matrimoni che evocano a sé un nutrito repertorio sia orale che strumentale con brani tipo la Sposina e la Bella si marita, accomunati dalla melodia all’unisono di piffero e voce; oppure il carnevale, festa particolarmente sentita su tutto il territorio e occasione imperdibile per pantagrueliche libagioni, prima di arrivare alla Quaresima, caratterizzata dal classico ballo della Povera Donna. Ovviamente piffero e fisarmonica rappresentano poi la spina dorsale sonora di tutto un territorio: tutte le feste e sagre – o quasi – sono animate da questo tipo di musica. Quindi, a differenza di alcuni repertori che sono una riedizione, il nostro rappresenta una vivace continuità con il passato; sostanzialmente è dal 1500 che nelle nostre valli non si è mai smesso di suonare questo tipo di repertorio.

Flavio Oreglio e gli Staffora Bluzer

Progetti ai quali state lavorando?

Anima Popolare con Flavio Oreglio è uno spettacolo rievocativo e modernissimo al tempo stesso. Flavio Oreglio e gli Staffora Bluzer (Stefano Faravelli, Matteo Burrone, Daniele Bicego, Giacomo Lampugnani e Cristiano Giovanetti) riscoprono la vivacità dei colori musicali e delle tematiche popolari lombarde e con questo spettacolo propongono il risultato di un divertimento nato quasi per caso al Circolo dei Poeti Catartici di Pregola (Passo del Brallo – PV) nell’agosto del 2017.

Lo spettacolo, però, non è soltanto un tributo. Infatti la sperimentazione sonora e la nuova veste dei brani storici hanno aperto la strada anche a proposte originali, mantenendo lo stesso vestito acustico e arricchendo lo show con brani inediti. Una performance da assaporare col sorriso sulle labbra.

Contaminazione possibile? Come possiamo immaginare la musica delle Quattro Province in un contesto attuale?

Domanda difficile… Pensiamo che la contaminazione sia sempre possibile purchè praticata in modo consapevole: bisogna avere una conoscenza approfondita del repertorio che si va a contaminare perché questo può permettere di trovare un giusto equilibrio tra un linguaggio musicale tipico, spesso ancestrale, e uno più attuale. Nelle nostre valli, ad inizio ‘900, con l’introduzione della fisarmonica (il piffero fino a quel momento suonava in duo con una cornamusa detta “musa”) è avvenuto proprio un percorso di questo tipo.

Venendo alla seconda parte della domanda, a cui è ancor più difficile rispondere, possiamo dirti che il territorio da cui questa musica trae linfa vitale sta vivendo una crisi senza precedenti: lo spopolamento e l’abbandono inesorabile delle zone montane si ripercuote inevitabilmente sulle dinamiche che da sempre regolano la nostra musica; fortunatamente però ci sono diversi e bravi giovanissimi suonatori grazie ai quali, in un certo senso, la tradizione è salva. Secondo noi, che ormai ci reputiamo suonatori “anziani”, spetterà a loro compiere le scelte che permetteranno alla tradizione di adattarsi a questo nuovo contesto.

Please follow and like us:

Trio Birò

Il Trio Birò – da sinistra: Edoardo Grassi, Arianna Ferrante, Alessandro Battafarano

Salve, grazie per averci concesso questo spazio!

Noi siamo il Trio Birò, Arianna Ferrante (Arya Del Rio) alla voce, Alessandro Battafarano (Zio Bath) alla chitarra ed Edoardo Grassi (Piccolo Edo) al basso, direttamente da una piccola cittadina costiera in provincia di Roma.

Com’è nato il Trio Birò?

Io (Arya), studio canto jazz, ma da tempo ero alla ricerca di un chitarrista con cui riarrangiare brani più moderni e cantare un repertorio che spaziasse dal pop al blues. Grazie al passaparola, io, Ale ed Edo ci siamo incontrati poco più di un anno fa in un piccolo bistròt della nostra città, da cui poi abbiamo preso il nome!

Quali caratteristiche vi contraddistinguono?

Veniamo da generi musicali differenti: io -voce-, dopo un’adolescenza decisamente pop (Celine Dion, Whitney Houston, Alanis Morissette), sono approdata al jazz-soul, Alessandro -chitarra- è l’anima “social” pop-rock del gruppo, ed Edoardo -basso- è proprio come lo strumento che suona: in apparenza timido, è essenziale al sound del trio. È anche un eccellente armonicista e quando parte un blues non lo ferma più nessuno! Ci piace dunque riarrangiare brani molto diversi fra loro e proporli in occasione di serate musicali o eventi privati. Un’altra caratteristica che mi piace molto è l’estrema passione e amore per la musica che ci ha portato a delle collaborazioni davvero speciali.

Puoi farci un esempio?

Il Trio Birò al reparto di Oncologia Pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma

A gennaio 2019 abbiamo conosciuto la onlus Officine Buone che, grazie al progetto #specialstage #donailtuotalento, porta negli ospedali d’Italia la musica: diversi gruppi si “sfidano” a suon di note e sono proprio i pazienti dei diversi reparti a fare da giudici e a decretare un “vincitore”! Il Trio Birò ha suonato nei reparti di oncologia pediatrica del Policlinico Agostino Gemelli e del Policlinico Umberto I di Roma. Un’esperienza unica, che ci ha fatto toccar con mano l’estremo potere della musica, che ha donato sorrisi e ci ha cambiati nel profondo.

Progetti futuri?

Lo scorso weekend abbiamo avuto il piacere di suonare in occasione della festa patronale della nostra città, siamo anche andati in onda sulla tv regionale, il che fa sempre piacere, specie per un neonato gruppo che vorrebbe farsi conoscere. Per l’estate 2019 abbiamo diverse serate in programma in locali del litorale romano. Ci piacerebbe inoltre continuare a portare la musica nei luoghi in cui ce n’è più bisogno.

La cosa più importante? Continuare a suonare, sempre e comunque, perché un musicista senza la sua dose quotidiana di note si spegne.

Dove possiamo ascoltarvi?

Se volete ascoltarci potete seguirci sui social, dove troverete video dei nostri live ed estratti di prove in saletta:

FB: www.facebook.com/triobiro

IG: @triobiro

Buona Musica dal Trio Birò

Please follow and like us:

Intervista a Lorenzo Delussu, suonatore di “launeddas”

Lorenzo Delussu, foto di Gloria Congiu

Parlaci un po’ di te, dove vivi e come entra nella vita di una persona la musica popolare, quella ben radicata sul territorio dove uno vive.

Intanto, un saluto a tutti i lettori, e un ringraziamento a voi per avermi chiesto di fare insieme questa chiacchierata.
Sono Lorenzo Delussu, ho 27 anni e vengo da Goni, un piccolo paese della provincia di Cagliari. Coltivo una grande passione per tutto ciò che riguarda la mia terra, le sue tradizioni, la sua storia e il rispetto dell’ ambiente… A tal proposito, Vi invito a visitare il mio paese, se ne avete l’occasione. Ospita un bellissimo parco archeologico, il sito di “Pranu Muteddu”.

Ovviamente le zone di interesse storico e i bellissimi paesaggi li si può trovare in ogni angolo della Sardegna. L’entroterra è uno spettacolo… Non siamo
solo mare… E aggiungerei: menomale! 🙂

Parlando della nostra musica popolare, posso tranquillamente affermare come essa abbia la capacità di “entrare in automatico” dentro di ognuno di noi: ovviamente ogni sardo la percepisce e la coltiva con un differente livello di interesse e di passione, come è logico che sia.
Mi spiego meglio: nel mio paese, ma similmente in quasi tutte le comunità, dalla primavera sino alla metà di Ottobre, è un continuo brulicare di feste, in cui, ovviamente, i balli e i canti tradizionali non mancano…anzi guai se mancassero…
C’è chi è molto interessato a questi eventi e partecipa attivamente a danze e canti. Ma anche chi è meno partecipe entra lo stesso a far parte del “gioco”.
Un aspetto che mi rende molto orgoglioso è che i partecipanti (attivi o meno) sono in buona parte giovani: c’è chi interviene con grande entusiasmo a ballare, e chi suona gli strumenti della tradizione. In questo ultimo periodo, molti giovani hanno sentito la voglia di avvicinarsi ai cosiddetti “organetti diatonici”, accompagnati e seguiti da maestri molto esperti e generosi.

Come ti sei avvicinato alla musica popolare sarda e in particolare alle “launeddas”?

Devo dire la verità: io e le “launeddas” ci siamo trovati per caso. È stato, a tutti gli effetti, un incontro casuale: fu nell’Agosto del 2005, durante la serata organizzata in occasione della festa patronale del mio paese, che ebbi la fortuna di assistere all’esibizione si di un “autentico” suonatore di launeddas. Io rimasi estasiato dal suo suono! Pertanto, sull’onda dell’entusiasmo, chiesi subito ai miei genitori di aiutarmi a cercare un insegnante di quello strumento… Ma lì per lì non mi presero molto sul serio… 🙂

Nel frattempo iniziai la prima superiore, e venni a sapere che la scuola aveva assunto, come collaboratore tecnico, un uomo che per passione suonava la fisarmonica, e soprattutto la “launedda”. Non persi un attimo del mio tempo: appena ci presentammo gli chiesi subito il suo aiuto. Ricordo ancora le sue parole: “Lorenzo, se davvero hai intenzione di iniziare questa esperienza, io ti consiglio di andare alla “scuola civica”: lì troverai un grandissimo Maestro, Luigi Lai “.

Rimuginando sul dialogo appena avuto, tornai a casa, e raccontai a mia madre dell’accaduto. Lei è sempre stata una grande appassionata di tradizioni e canti popolari: penso proprio di aver preso da lei 🙂 Le chiesi se conoscesse questo signor Luigi Lai… Ricordo ancora molto bene la sua espressione: fece un sorriso e aggiunse: “ E’ solo il migliore che c’è !! “.
Da quel momento mi avvicinai a Luigi, che è sempre riuscito a traferirmi il sentimento e la dedizione verso lo strumento.
Da 3 anni a questa parte, ho deciso, per ampliare i miei orizzonti musicali, di seguire lezioni di fisarmonica con un altro grande Maestro: Bruno Camedda.

Le “launeddas” richiedono una tecnica esecutiva di emissione del suono molto particolare. Puoi spiegarci come viene prodotto questo suono straordinario?

La tecnica utilizzata è quella del “fiato continuo”: il suonatore soffia senza sosta all’interno dello strumento, formando una riserva d’aria con le guance. Quando la “scorta”
d’aria sta esaurendosi, il suonatore inspira aria col naso: l’aria, come già detto, deve essere emessa in continuazione dalle guance, affinché lo strumento possa suonare.

Lorenzo Delussu

Si tratta di due movimenti che devono essere indipendenti l’uno dall’altro. Sembra un’azione difficile da svolgere, ma, se uno mette impegno e dedica parte del suo tempo, dopo un po’ acquisisce automaticità.

Come vengono costruite le “Launeddas”?

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei fare una precisazione: esistono tanti tipi di “launeddas”. Nel dialetto sardo parliamo di “cuntzertus” per descriverle nell’insieme. Troviamo: “Fiorassiu”, “Punt’e Organu”, “Mediana”, “Mediana a Pipia”, “Mediana a fiuda”, “Spinellu” e “Simponia”.

Ognuno si differenzia dall’altro per la scala musicale che riesce a produrre.
Le launeddas sono costruite con la canna palustre, tagliata e raccolta solo in determinati periodi dell’anno. Lo strumento è costituito da 3 parti:
– il “basso”, in Sardo detto “su tumbu”, che svolge la funzione di “bordone”
– “Sa mancosa”, che è legata a “su tumbu”
– “sa croba”: dall’unione delle componenti precedenti
Non collegata direttamente a queste 3 parti ce n’è un’altra: “sa mancosedda”. Questa è il segmento da cui viene emessa la melodia.
Un altro componente, probabilmente il più complesso da costruire, sono le “ance”, in sardo detti “cabitzinnus”: si tratta di piccoli “cannellini” inseriti all’interno delle canne. Esse sono il “motore” dello strumento!
Se le altre componenti venissero costruite commettendo qualche eventuale errore nella struttura, ci sarebbe la possibilità di eseguire correzioni (spesso attraverso l’utilizzo di un bisturi). Per le “ance” vale la regola “o la va, o la spacca”. Non è soltanto un modo di dire, infatti finché il suono non è apprezzato dall’orecchio del costruttore/suonatore, lo strumento deve essere buttato e ricostruito dall’inizio.
Le “launeddas” devono essere intonati alla perfezione, che viene raggiunta solo grazie all’applicazione minuziosa della cera d’api all’interno delle “ance”. Inoltre, essendo composta quasi esclusivamente da canna, è assai sensibile agli sbalzi di temperatura. Dunque, anche l’accordatura è una pratica che richiede pazienza e tempo.

Com’è strutturato il repertorio tipico, e in che formazioni viene utilizzato il tuo strumento?

Il repertorio tipico comprende, principalmente, suonate a ballo, suonate per accompagnamento religioso e accompagnamento di canti tradizionali (“trallalera”, “mutettus”, “s’arrepentina”, “canzoni a curba”).
Per complessità e vastità di passaggi, sfaccettature, trilli e abbellimenti, il repertorio più difficile da eseguire è senza dubbio quello che riguarda i balli. Ovviamente anche gli altri repertori possiedono le loro difficoltà: insomma, non c’è nulla di semplice!

Lo strumento è impiegato anche in altri ambiti, come l’accompagnamento da balli, soprattutto quello “campidanese” o le formazioni etniche che ripropongono balli di varie zone della Sardegna. In questi casi, le “launeddas” si accompagnano ad altri strumenti, quali organetto, “trunfa”, chitarra, percussioni o fisarmoniche.
Col passare del tempo e l’evolversi della nostra comunità, si è affermato un altro tipo di utilizzo delle “launeddas”, che, a parer mio, merita davvero molto: quello fuori dal repertorio tradizionale. Si utilizzano le launeddas in ambiti Jazz, pop, etnopop, musica leggera o musica “world”: considero tutto ciò, qualcosa di stupendo, poiché fa comprendere, anche a chi non è originario dei nostri luoghi, quanta potenzialità ci sia dietro a queste semplici ed umili “canne”, che in realtà sono in grado di confrontarsi con le musiche di tutto il mondo.
Concludendo, vorrei ringraziarVi ancora per la gentilezza, sperando di essere stato esaustivo nelle risposte.
A SI BIRI IN SARDINNIA! (Ci vediamo in Sardegna!)

Please follow and like us:

Intervista a Chiara Ferraris

La scrittrice ci parla del suo romanzo d’esordio L’impromissa.

Chiara Ferraris, foto di Gianluca Russo

Chi è Chiara Ferraris?

Direi essenzialmente una persona che non sa stare ferma. Sono insegnante di scienze, sono una mamma, un’appassionata lettrice e, fino a qualche tempo fa segretamente, anche una scrittrice.


Parliamo de L’impromissa, il tuo romanzo d’esordio.

È un romanzo nato dal desiderio di portare fino in fondo un’idea precisa: una protagonista che fosse molto sfaccettata, ma, soprattutto, vera. Piena di paure, dubbi, che si detta regole per sopravvivere a situazioni più grandi di lei, ma che poi si butta a occhi chiusi, se ci sono in gioco le emozioni. Così è nata Alice, una ragazzina che, all’inizio degli anni Venti, si trova sempre in movimento, passa dalla casa della zia materna all’orfanotrofio e da lì viene adottata da una famiglia di contadini, come aiutante. Una ragazzina che si troverà a ricostruire il concetto di famiglia molte volte,nella propria vita, e a chiedersi quanto peso dare ai propri sentimenti. Il romanzo si sviluppa su due piani temporali differenti: gli anni del Ventennio fascista, con Alice, e nel presente, con Agata, la pronipote che scopre i diari dell’antenata e con essi una parte della storia della sua famiglia che non conosceva.

La scrittura è sicuramente un fatto personale, così come la lettura. Uno scrittore “si legge” mentre scrive e, quindi, possiamo dire che si trovi in una posizione privilegiata rispetto a quella del semplice lettore. Condividi questo aspetto dello scrivere?

Trovo nella scrittura qualcosa di molto istintivo e naturale, per cui, mentre scrivo, non mi faccio molte domande su quanto io attinga alla mia vita personale. Succede dopo, di solito. Mi accorgo di guardare attraverso gli occhi dei miei personaggi con una particolare luce sugli eventi, anche quelli molto distanti dal mio vissuto. Ma in fondo un libro è di chi lo legge, ognuno pronuncia le parole delle pagine che legge con la propria voce, le fa sue, diventano un fatto personalissimo e legato alla propria esistenza.

Le parole sono cose, un concetto che si presenta più volte in letteratura ed è affrontato da autori di diversa provenienza e formazione.
Quanto, per te, sono importanti le parole – oltre a quelle che scrivi – e quanto possono modificare il corso di un’esistenza?

Le parole, la loro forma, il suono che ne deriva, sono qualcosa di unico e irripetibile. Per questo ce ne sono alcune più giuste di altre, anche se molto vicine come significato. È un aspetto che mi affascina molto, e che vorrei poter approfondire.

Non so se sia così per tutti, ma io do molto peso alle parole che dico e a quelle che mi vengono rivolte, per questo reputo sia fondamentale rivolgersi agli altri sempre con estrema cautela. Si può esprimere un’opinione, ad esempio, nei modi più disparati: sarebbe saggio optare sempre per quello più gentile.

Ne L’Impromissa, senza anticipare nulla della storia che hai scritto, vi sono “parole dentro le parole” e sembra che il romanzo sia costruito
proprio attorno a dialoghi, non solo affidati alla voce. Ti trovi d’accordo?

L’equilibrio tra la parte dialogata, la trama, la voce narrante non è sempre semplice, ma ci vuole. E’ come una ricetta: la dose giusta di ogni ingrediente.

Chiara Ferraris, foto di Gianluca Russo

Grazie alla fase di lavorazione con l’editor, un preziosissimo punto di vista, spero di aver raggiunto questo delicato equilibrio, ne “L’impromissa”, anche se poi l’opinione più indicativa è quella dei lettori e lì, si sa, gioca anche molto il gusto personale.

Tendenzialmente io amo molto i dialoghi, permettono di definire meglio i personaggi, di trasmettere stati d’animo senza dichiararli apertamente, di dare velocità alla lettura, ma sono anche difficili da costruire.


Il tuo romanzo non si ferma alla semplice narrazione ma, tra le righe, aleggia un afflato poetico. Le persone, i luoghi, i caratteri vengono presentati facendo sempre in modo che il lettore possa visualizzare con il proprio occhio interiore le situazioni narrate nel romanzo e, quindi, riscrivere con la propria sensibilità la sceneggiatura. Emerge così la poesia. Si dice spesso che essa sia bellissima e salvifica, perchè inutile.
Ti ritrovi in questo?


Trovo la poesia una parte imprescindibile della mia vita. C’è poesia nelle parole, come vengono usate, affiancate, in modo che fluiscano come un fiume o, talvolta, come un rigagnolo, c’è poesia nella natura, nelle note musicali, nei momenti intensi della vita. La poesia è ovunque, e per me ha una grande utilità: nutre l’anima, la scioglie dal vincolo del materialismo, dalla ruota del criceto impazzito in cui siamo costretti a correre tutti i giorni.


Cosa rappresenta per te la terra, personaggio che ricopre un ruolo così importante nel tuo racconto?


La terra non poteva che essere un elemento importante del romanzo, dato che ho scelto di parlare di una famiglia di contadini, che vive di quello che viene dalla terra. Per me rappresenta l’essenzialità, una riscoperta della propria vera origine; il contatto con la terra, essere in accordo con lei, con le sue stagioni, i suoi ritmi, molto più lenti e imprevedibili di quelli che noi ci imponiamo, riavvicina l’uomo a se stesso. O almeno, per me è stato così.


Stai lavorando a nuovi progetti?

Il romanzo ha preso vita cinque anni fa ed è stato come aprire un rubinetto: da allora le idee, le parole, hanno cominciato a fluire da me con una velocità pazzesca. Quindi sì, continuo a scrivere. Speriamo che diventino progetti.

Please follow and like us:

Trallalero a Rapallo!

Paolo Castagneto ci racconta dell’Associazione Liguri Antighi – I Rapallin in occasione del concerto dei Giovani Canterini di Sant’Olcese che si terrà Sabato 27 Aprile alle ore 20.45 presso l’Oratorio dei Neri a Rapallo (Ge)

L’Oratorio dei Neri a Rapallo (Ge)

Dal successo ottenuto dal primo Raduno Internazionale dei Canessa del luglio 2007 e dal desiderio di coinvolgere altri “casati” locali, il 29 ottobre 2008 è stata costituita l’ Associazione “ Liguri Antighi – I Rapallin” .Un’ Associazione di persone il cui Casato è originario del territorio dell’antica Repubblica di Genova o dei suoi antichi possedimenti, la cui storia e/o presenza nel mondo dura da oltre cinque secoli.L’ Associazione è denominata “Liguri Antighi – I Rapallin” dal titolo del volume che riporta le memorie delle famiglie presenti nel territorio dell’ antica giurisdizione di Rapallo prima del 1528. L’ Associazione, inizialmente aperta alle sole persone originarie del territorio dell’ex Podesteria, poi Capitaneato di Rapallo, offre ora la possibilità di farne parte a chiunque lo desideri, purché dimostri “uno spiccato interesse per L’Associazione e ne condivida appieno gli scopi (art. 2 e 3 statuto sociale)”.Lo scopo dell’ Associazione è quello di promuovere, sostenere e difendere, mediante opportune e idonee iniziative, la valorizzazione della Storia Patria, della cultura, delle tradizioni, degli usi, dei costumi, delle parlate e di ogni altra specificità della Gente Ligure.Nell’ambito della propria attività, l’Associazione, oltre l’impegno di mantenere sempre viva la memoria della “ Gens Ligustica” e del suo glorioso passato e rendere onore ai suoi personaggi illustri, si impegna a sviluppare ed intraprendere iniziative di turismo culturale, con visite a luoghi d’arte, di valori paesaggistici, di cultura, di storia e di culto; con raduni nazionali ed internazionali di persone di uno o più Casati nonché con incontri, convegni, gemellaggi, scambi culturali, ricerche genealogiche, ecc.Da ottobre 2011, l’ Associazione pubblica un periodico con cadenza mediamente mensile dal titolo “I Rapallin” che, con una tiratura di 5000 copie, viene distribuito nelle località maggiori (Rapallo, Santa Margherita Ligure, Zoagli e alta Fontanabuona) dell’ex Capitaneato rapallino. Avvenimento più importante per l’ Associazione è l’ annuale Raduno dei Rapallin, quest’anno alla undicesima edizione. Concomitante al raduno è il conferimento del “Rapallino d’Oro”,assegnato a persone, enti, associazioni per meriti umanitari, imprenditoriali, culturali ecc.
Il Rapallino d’ oro 2019 sarà consegnato ad una Socia Casalinga centenaria come riconoscimento al merito del “lavoro casalingo”, specie quello svolto da lei quando non esisteva ancora alcun strumento meccanico ed elettrico costruito per alleviare la fatica di tale lavoro. Nell’ambito di questi festeggiamenti, l’ Associazione ha ritenuto di inserire il concerto de “ I giovani Canterini di Sant’ Olcese” come omaggio e riscoperta del canto popolare genovese ed in particolare del Trallalero.La sede del concerto sarà nel cuore del Centro Storico rapallese, nelle vicinanze del Palazzo Comunale dove sorge un piccolo complesso formato dalla Torre Civica e dalla Chiesa di Santo Stefano, attorniate da un grazioso giardino.La Chiesa di Santo Stefano, oggi chiamata Oratorio dei Neri in quanto sede della Confraternita Mortis et Orationis, è considerata la prima pieve di Rapallo e si ritiene edificata prima dell’anno Mille.Sede originaria della Cristianità in Rapallo, fu affiancata, nel 1459, dalla Torre Civica, simbolo delle libertà comunali. Dal 1910 la Torre è monumento nazionale.

Please follow and like us:

Intervista a Vladimiro Zullo


Vladi è il figlio di Giuseppe Zullo detto “Pippo” fondatore, insieme a Giuseppe “Pucci” Deliperi, dei Trilli, il più popolare duo folk genovese. Vladi oggi prosegue l’attività dei Trilli dopo la scomparsa degli ideatori del progetto musicale.

Vladi, parlaci un po’ di te e di questi nuovi Trilli

Sono sempre stato affascinato dalla musica, dalla più tenera età e, vivendo in casa con un musicista, era facile, per me, accedere a tutto il materiale disponibile. C’erano valanghe di dischi e musicassette e spesso, con o senza la presenza di mio padre, andavo a rovistare tra le sue cose e mi mettevo ad ascoltare di tutto: dalla musica francese di Edith Piaf, Aznavour e Brel, per poi cambiare totalmente genere e passare a Bob Geldof, Dylan o Elton John e i Beatles.

Amo l’arte in tutte le sue sfaccettature, apprezzo molto la scultura e la pittura, amo i colori e tutto quello che sia fonte di vita e mi trovo benissimo quando sono in mezzo alla natura.

Sono un comunicatore, mi è sempre piaciuto aggregare le persone e creare sintonia: sono uno dei pochi ad aver messo insieme artisti che, per varie vicissitudini, non si parlavano, e di questo vado orgoglioso.

Sono una persona molto sensibile, decisa e caparbia: quando decido che devo ottenere una cosa, difficilmente mi tiro indietro, finché non raggiungo gli obiettivi.

Chiaramente, sono un amante della musica genovese sin da quando ero bambino, anche se allora mi risultava difficile comprendere il dialetto.

Mi affascinava il canto delle squadre, quel trallalero genovese che ha sempre fatto da sottofondo alla mia vita.

Poiché mio padre ne era un grande cultore, di conseguenza mi aiutò a conoscere meglio e ad amare anche questa straordinaria forma di canto, che può essere considerata la madre di tutto quello che ne è conseguito, a partire dai primi autori come Marzari e Cappello, prima ancora di arrivare ai cantautori liguri contemporanei come De André.

A quella scuola si sono poi formati gli altri cantautori genovesi come Franca Lai, Piero Parodi e gli stessi Trilli.

Questi ultimi hanno avuto una sensibilità che ha permesso loro di traslare in chiave moderna un dialetto rimasto, fino ad allora, troppo radicato nel passato, potendo così avvicinare anche i più giovani.

Questa è la stessa prerogativa con la quale porto avanti il mio progetto, con un occhio di riguardo verso il passato, introducendo nuove sonorità: sperimentare e contaminare, per poter raggiungere sempre più pubblico.

I nuovi Trilli rappresentano una continuazione della formazione storica che porto avanti da oltre dieci anni.

Dopo la prematura scomparsa di papà, era rimasto un passo da compiere, quello di poter sperimentare qualcosa assieme.

L’idea c’era, la voglia anche, infatti spesso duettavo con lui nella nostra barca, il club ristorante Il Peschereccio, tragicamente affondato nello stesso anno della scomparsa di papà.

Non c’è stato il tempo, la malattia non ce l’ha permesso, ma gli promisi che mi sarei impegnato per portare avanti la sua grande eredità.

Certo, le difficoltà non erano poche: lo scetticismo dei più anziani, le critiche.

Adesso, però, la gente ha capito e apprezza quello che sto facendo con tanta passione e rispetto.

Per questo, mi avvalgo della collaborazione di alcuni musicisti. Negli ultimi anni la formazione-tipo è composta da: Fabrizio Salvini alla batteria e percussioni, Alberto Marafioti – il più anziano del gruppo – alle tastiere, Fabio Bavastro al basso, Valeria Saturnio al violino, Davide e Alessandro De Muro, papà e figlio, alle chitarre. Quest’ultimo, diciotto anni, potrebbe diventare il nostro erede musicale, viste l’interesse e la determinazione con le quali porta avanti insieme a me questo progetto.

Siamo tutti uniti da una grande passione e da tanti ricordi che ci legano alla tradizione genovese.

Tuo papà, insieme a Pucci, ha scritto una pagina importante della canzone dialettale genovese. Cosa è cambiato oggi rispetto ad allora? Mi spiego meglio: come è cambiato il modo di seguire la musica dei Trilli di oggi rispetto a quelli di ieri?

È sicuramente cambiato il modo in cui il pubblico si avvicina alla nostra musica. Una volta i Trilli erano ascoltati attraverso i dischi e le cassette, oggi con i CD.

Gli storici Trilli vendevano annualmente migliaia di dischi: stiamo parlando di numeri impossibili da raggiungere con la musica dialettale ai giorni nostri, poi in Liguria non ne parliamo.

Forse l’unica che riesce a conseguire risultati importanti è ancora oggi la canzone napoletana.

All’epoca, ascoltare musica era anche un modo per stare insieme, adesso lo si fa poco e, con l’avvento di internet, tutto è troppo veloce.

Non tutto il nostro pubblico ascolta abitualmente la nostra musica su internet e, infatti, preferisce venirci ad ascoltare dal vivo nei locali e nelle piazze dove ci esibiamo.

Abbiamo recentemente pubblicato sulle pagine di TrallalerOnline un articolo riguardante il tuo ultimo lavoro teatrale. Puoi parlarcene un po’ più in dettaglio?

Questo spettacolo è un viaggio a ritroso nel tempo, visto con gli occhi di un figlio che racconta la carriera del padre e del suo socio, parlando delle proprie esperienze personali vissute con loro.

Ci sono racconti della vecchia Genova, i profumi, i sapori della città, narrati attraverso filmati, testi e canzoni.

Si racconta di come i Trilli nacquero artisticamente, dei loro aspetti caratteriali, musicali e dei tanti amici che collaborarono con loro, dell’incontro con Faber in una sezione interamente dedicata a lui, nella quale prevalgono il contesto quotidiano e momenti condivisi con Fabrizio de André, quando lo conobbi negli anni Novanta insieme a mio padre.

Lo spettacolo è una storia che fa riflettere, sperare e non lascia indifferenti.

Attestati di stima, ottima risposta del pubblico e ottime recensioni tra le quali voglio ricordare quella di Paolo Colombo, giornalista de La7.

Progetti in cantiere?

Ci sono diversi progetti. Attualmente sto lavorando a un libro che si rifà parzialmente allo spettacolo teatrale, nel quale inserirò molti altre storie che riguardano Pippo e Pucci e che, per motivi di spazio, non ho potuto portare in teatro.

Racconterò della vita della mia famiglia, aspetti personali che tengo a inserire in questo lavoro perché ritengo di grande impatto emotivo.

Inoltre si sta lavorando, con la collaborazione di alcuni grandi artisti nazionali, alla realizzazione di un altro CD e a un progetto con Carlo Denei, cabarettista degli allora Cavalli Marci, autore di Striscia la Notizia. Partiremo da Genova, destinazione Sanremo e gireremo un docufilm durante tutte le tappe nelle varie località liguri.

Poi ci sarà una partecipazione in un film di cui non posso ancora parlare, un’altra esperienza che servirà a crescere ulteriormente. È bello affrontare nuove sfide e non porsi limiti.

La storia continua.

Ciao e grazie a tutti.

Please follow and like us:

…ruhe!…ruhe!

Intervista a Paolo Besagno

Paolo Besagno ha studiato Pianoforte con il M° Giuseppina Schicchi e Composizione e Musica Elettronica con il M° Riccardo Dapelo. E’ proprio la musica elettronica a caratterizzare la sua produzione, anche se da più di venticinque anni canta nel ruolo di contralto nella formazione di trallalero genovese “I Giovani Canterini di Sant’Olcese”.

Nel 1996 vince il Premio Città di Recanati – Nuove tendenze della canzone d’Autore con il brano “O trallalero canson de ‘na vitta” per squadra di canto popolare genovese. Nel 2009 il suo brano “In primo vere” per voci di bimbe e nastro magnetico viene selezionato ed eseguito a Emufest presso l’Accademia di Santa Cecilia in Roma. Nel 2015 il suo brano “Largo IV” per nastro magnetico e impianto di diffusione a 24 canali viene eseguito alla rassegna “Suoni Inauditi”, presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali “Pietro Mascagni” di Livorno. Sempre nel 2015 fonda con l’amico, libero organizzatore di suoni, Rinaldo Marti, il consort vocale“EthnoGenova”, collaborando alla realizzazione di un progetto per l’ascolto interattivo/immersivo del trallalero genovese.

Nel 2018 il suo brano “Witte flame” viene selezionato ed eseguito al festival Rimusicazioni di Bolzano.

Paolo Besagno, Sandro Secchi, Stefano Bosi

Parliamo di …ruhe…ruhe!

…ruhe…ruhe! è una riflessione o, per citare la frase che accompagna da anni questo lavoro, «un libero ragionamento sulla sofferenza».

Procediamo con ordine: vuoi raccontarci di cosa si tratta, a quale tipo di rappresentazione potrà assistere il pubblico?

E’ un’installazione multidisciplinare. Sul palco, tre musicisti – (Paolo Besagno: pianoforte, voce e elettroniche; Stefano Bosi: fisarmonica; Sandro Secchi: voce, chitarra, arrangiamenti – N. d. R.); la musica che si ascolta spazia dalla canzone d’autore all’elettroacustica. Il trio esegue otto brani in lingua genovese, mentre sullo schermo vengono proiettate immagini che hanno come filo conduttore la sofferenza dell’uomo, vista attraverso la lettura della passione di Gesù. Si passa da un ambiente prettamente tonale, tipico della canzone d’autore, a sequenze acusmatiche le quali, dal punto di vista dell’ascolto, si trovano agli antipodi rispetto alla prima. Unico brano esterno alla sequenza relativa alla Passione narrata nei Vangeli, è Tu dolcissima madre, cantato in tre lingue: greco antico – nella bella traduzione di Aldo Giavitto – genovese e italiano.

Cosa intendi per «lettura della Passione»?

I testi delle canzoni sono tratti dai Vangeli Sinottici, ma non si tratta di una vera e propria traduzione: potrei dire che sono delle ricostruzioni ambientali di quella che viene chiamata Via Crucis, pensata in genovese, riproposta al pubblico in tale lingua e sottotitolata in italiano.

Innovazione e tradizione, dunque?

Sì. Innovazione, se così possiamo dire, nell’uso della musica elettroacustica, a dire il vero ormai neanche più tanto innovativa e tradizione, nella canzone d’autore e nella la scelta delle immagini, ricaduta sulle Confraternite liguri con i loro Cristi e sulle Tele Blu, conservate al museo Diocesano di Genova – che ringrazio per averci permesso di pubblicarle – raffiguranti scene della passione di Cristo, dipinte su tela di jeans. Le immagini dei Cristi in processione sono di Andrea Giliberto mentre le Tele Blu sono ritratte in una serie di scatti di Massimo Barattini. Un’intera sequenza è dedicata a immagini dall’Africa, realizzate da Giancarlo Trovati. Le foto di apertura meritano una riflessione: si tratta di inquadrature del Ponte Morandi. Quando le scelsi, mai avrei pensato che un giorno sarebbero divenute il simbolo della grande sofferenza di un’intera città!

Tradizione è anche l’uso del greco antico in un brano, Ὤ ἡδιστε σύ μῆτηρ (Tu dolcissima madre – N. d. R.), lingua nella quale ci è pervenuta una grande parte di documenti dell’antichità e, tra questi, le Scritture.

Che ruolo hanno, nell’installazione, le Confraternite Liguri?

I cristezanti (dal genovese: portatori dei crocifissi – N. d. R.) partecipano all’installazione, portando un crocifisso sulla scena. Il Cristo viene tenuto in piedi, poggiato a terra, per tutta la durata del concerto e solo quando suoniamo l’ultimo brano, quello relativo alla resurrezione di Gesù, il portatore lo mette in crocco (la speciale cintura di cuoio che serve al portatore per sorreggere la croce – N. d. R.), come si dice tradizionalmente, e fa risuonare i canti, ossia le decorazioni floreali in oro, poste alla sommità dei bracci della croce. Queste decorazioni, costituite da fiori metallici dorati, scosse dai movimenti del portatore per tenere in equilibrio il crocifisso, emettono un suono caratteristico.

La sofferenza, un tema sempre attuale.

La sofferenza è nella natura dell’uomo. La storia che raccontiamo nel nostro concerto è universale, livella tutti sullo stesso piano. Non è necessario essere credenti per leggerla, si può infatti superare il concetto di Cristo-Figlio-di-Dio e pensare semplicemente a un episodio molto doloroso e comune: la storia di un uomo condannato, con molta probabilità, ingiustamente.

Quest’ignominia è stata applicata ciclicamente, in vari periodi storici compreso il presente, a intere porzioni di genere umano. In un primo momento …ruhe…ruhe! gravitava di fatto attorno alla tragedia della Shoah, ma presto ci siamo accorti che, purtroppo, tale connotazione era riduttiva.

Hai accennato alla Shoah. Il titolo …ruhe!…ruhe! Affonda le sue radici proprio là, nello sterminio degli ebrei?

…ruhe!…ruhe! è un intercalare di leviana memoria. L’ho letto per la prima volta tra le pagine di Se questo è un uomo di Primo Levi. In tedesco vuol dire «silenzio!», «state zitti» o qualcosa di molto simile. Era una delle tante voci che si potevano udire nelle baracche dei campi di concentramento quando era ora di coricarsi e cercare di dormire. Ruhe significa letteralmente «pace». Forse è stato questo contrasto, scaturito dal concetto di pace, calato quasi fuori luogo nel buio del campo di concentramento, a farmi pensare alla sofferenza. Da lì, alla passione di Cristo, il passo è stato breve.

Dopo tanti anni, cosa rappresenta per te quest’opera?

Un’esperienza straordinaria, condivisa con due grandi amici. Sandro per me è un fratello. Lo conosco da quando eravamo ragazzini e la musica ci ha sempre legati; questo progetto, che suoniamo da così tanto tempo, ha avuto fin dalle prime esecuzioni una sua forma definitiva e distintiva proprio grazie al suo lavoro: gli arrangiamenti di …ruhe…ruhe! sono tutti di Sandro. Stefano, dal canto suo, ha grande sensibilità e considerevole esperienza, soprattutto per quanto concerne la musica d’insieme, caratteristiche che emergono puntuali nelle sue efficaci parti strumentali. E’ bellissimo sentirsi compresi…

Prossimi appuntamenti?

Lunedì 8 aprile 2019, ore 20.30, Chiesa di S.Zita a Genova in Via S. Zita 2

Please follow and like us: