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Associazione Spazio Aperto

Silvana Vernazza, responsabile Area Patrimonio Etnoantropologico della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio, racconta alla nostra rivista le attività dell’Associazione di Promozione Culturale Spazio Aperto di Via dell’Arco, in occasione di un imminente evento.

L’ Associazione Culturale Spazio Aperto nasce in relazione ad un atto di mecenatismo del proprietario dei locali di via dell’Arco 38,  Giulio Ciana, che li ha concessi a titolo gratuito,  dopo averli ristrutturati a sue spese, all’Associazione di promozione sociale  fondata nel 2006.

Spazio Aperto è  sorta con l’obiettivo di promuovere la conoscenza del territorio ligure e del Levante in particolare. Sostiene, soprattutto a partire dal  2016, il recupero di ‘saper fare’ tradizionali anche attraverso laboratori, mostre, convegni, concorsi che stimolino l’apprendimento dei mestieri d’arte e dell’arte dei mestieri.  

Spazio Aperto ha svolto e svolge una incisiva azione di promozione  culturale anche nei confronti di altre Associazioni e gruppi che perseguono finalità di crescita culturale e sociale nel territorio.

L’associazione è  diventata ormai un fondamentale punto di riferimento per chi abbia  proposte interessanti,  finalizzate agli stessi scopi.

Tutto questo ha favorito la creazione di una vasta rete di contatti,  che ha  permesso di ampliare gli orizzonti delle attività e degli stimoli forniti ai propri frequentatori, divenuti  negli anni sempre più numerosi ed assidui.

Lo spazio fornito anche ai gruppi di lettori e di autori e interpreti di testi teatrali,  testimonia il ruolo  di propulsore delle attività culturali e sociali svolto dell’associazione a favore del territorio di S. Margherita e del Tigullio.     La costanza e la regolarità delle proposte,  a partire dal 2006, evidenziano la continuità dell’impegno dell’associazione a favore delle realtà locali e del pubblico, che sempre più nel tempo si è  conquistata.               

Mauro Balma

La conversazione con immagini e ascolti sul Trallalero genovese di sabato 25 maggio 2019 , con Mauro Balma e i Giovani Canterini di Sant’Olcese  è  perfettamente in tema con gli scopi di Spazio Aperto di far conoscere il territorio ligure con le  proprie specificità e di sostenere chi s’impegna a promuovere i ‘saper fare’ tradizionali, come i Giovani Canterini di Sant’Olcese stanno facendo sempre più e sempre meglio.

Infatti affinano le proprie abilità tecnico-esecutive e approfondiscono la ricerca storica,  antropologica e musicale.

I Giovani Canterini di Sant’Olcese

Su questo terreno si sono incontrati da tempo  con l’etnomusicologo Mauro Balma, noto studioso del trallalero, delle musiche tradizionali liguri e delle  Quattro Province.

Da tale  area  appenninica trae infatti origine lo stesso trallalero, che tanto si  identificherà’ col canto popolare genovese.

Questo è  ormai dimostrato dal  recentissimo volume di Balma e d’Angiolini sulle origini del trallalero genovese, a cui si farà riferimento nell’incontro di sabato 25.

Giuliano d’Angiolini, il terzo da sinistra

Intervista a Lorenzo Delussu, suonatore di “launeddas”

Lorenzo Delussu, foto di Gloria Congiu

Parlaci un po’ di te, dove vivi e come entra nella vita di una persona la musica popolare, quella ben radicata sul territorio dove uno vive.

Intanto, un saluto a tutti i lettori, e un ringraziamento a voi per avermi chiesto di fare insieme questa chiacchierata.
Sono Lorenzo Delussu, ho 27 anni e vengo da Goni, un piccolo paese della provincia di Cagliari. Coltivo una grande passione per tutto ciò che riguarda la mia terra, le sue tradizioni, la sua storia e il rispetto dell’ ambiente… A tal proposito, Vi invito a visitare il mio paese, se ne avete l’occasione. Ospita un bellissimo parco archeologico, il sito di “Pranu Muteddu”.

Ovviamente le zone di interesse storico e i bellissimi paesaggi li si può trovare in ogni angolo della Sardegna. L’entroterra è uno spettacolo… Non siamo
solo mare… E aggiungerei: menomale! 🙂

Parlando della nostra musica popolare, posso tranquillamente affermare come essa abbia la capacità di “entrare in automatico” dentro di ognuno di noi: ovviamente ogni sardo la percepisce e la coltiva con un differente livello di interesse e di passione, come è logico che sia.
Mi spiego meglio: nel mio paese, ma similmente in quasi tutte le comunità, dalla primavera sino alla metà di Ottobre, è un continuo brulicare di feste, in cui, ovviamente, i balli e i canti tradizionali non mancano…anzi guai se mancassero…
C’è chi è molto interessato a questi eventi e partecipa attivamente a danze e canti. Ma anche chi è meno partecipe entra lo stesso a far parte del “gioco”.
Un aspetto che mi rende molto orgoglioso è che i partecipanti (attivi o meno) sono in buona parte giovani: c’è chi interviene con grande entusiasmo a ballare, e chi suona gli strumenti della tradizione. In questo ultimo periodo, molti giovani hanno sentito la voglia di avvicinarsi ai cosiddetti “organetti diatonici”, accompagnati e seguiti da maestri molto esperti e generosi.

Come ti sei avvicinato alla musica popolare sarda e in particolare alle “launeddas”?

Devo dire la verità: io e le “launeddas” ci siamo trovati per caso. È stato, a tutti gli effetti, un incontro casuale: fu nell’Agosto del 2005, durante la serata organizzata in occasione della festa patronale del mio paese, che ebbi la fortuna di assistere all’esibizione si di un “autentico” suonatore di launeddas. Io rimasi estasiato dal suo suono! Pertanto, sull’onda dell’entusiasmo, chiesi subito ai miei genitori di aiutarmi a cercare un insegnante di quello strumento… Ma lì per lì non mi presero molto sul serio… 🙂

Nel frattempo iniziai la prima superiore, e venni a sapere che la scuola aveva assunto, come collaboratore tecnico, un uomo che per passione suonava la fisarmonica, e soprattutto la “launedda”. Non persi un attimo del mio tempo: appena ci presentammo gli chiesi subito il suo aiuto. Ricordo ancora le sue parole: “Lorenzo, se davvero hai intenzione di iniziare questa esperienza, io ti consiglio di andare alla “scuola civica”: lì troverai un grandissimo Maestro, Luigi Lai “.

Rimuginando sul dialogo appena avuto, tornai a casa, e raccontai a mia madre dell’accaduto. Lei è sempre stata una grande appassionata di tradizioni e canti popolari: penso proprio di aver preso da lei 🙂 Le chiesi se conoscesse questo signor Luigi Lai… Ricordo ancora molto bene la sua espressione: fece un sorriso e aggiunse: “ E’ solo il migliore che c’è !! “.
Da quel momento mi avvicinai a Luigi, che è sempre riuscito a traferirmi il sentimento e la dedizione verso lo strumento.
Da 3 anni a questa parte, ho deciso, per ampliare i miei orizzonti musicali, di seguire lezioni di fisarmonica con un altro grande Maestro: Bruno Camedda.

Le “launeddas” richiedono una tecnica esecutiva di emissione del suono molto particolare. Puoi spiegarci come viene prodotto questo suono straordinario?

La tecnica utilizzata è quella del “fiato continuo”: il suonatore soffia senza sosta all’interno dello strumento, formando una riserva d’aria con le guance. Quando la “scorta”
d’aria sta esaurendosi, il suonatore inspira aria col naso: l’aria, come già detto, deve essere emessa in continuazione dalle guance, affinché lo strumento possa suonare.

Lorenzo Delussu

Si tratta di due movimenti che devono essere indipendenti l’uno dall’altro. Sembra un’azione difficile da svolgere, ma, se uno mette impegno e dedica parte del suo tempo, dopo un po’ acquisisce automaticità.

Come vengono costruite le “Launeddas”?

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei fare una precisazione: esistono tanti tipi di “launeddas”. Nel dialetto sardo parliamo di “cuntzertus” per descriverle nell’insieme. Troviamo: “Fiorassiu”, “Punt’e Organu”, “Mediana”, “Mediana a Pipia”, “Mediana a fiuda”, “Spinellu” e “Simponia”.

Ognuno si differenzia dall’altro per la scala musicale che riesce a produrre.
Le launeddas sono costruite con la canna palustre, tagliata e raccolta solo in determinati periodi dell’anno. Lo strumento è costituito da 3 parti:
– il “basso”, in Sardo detto “su tumbu”, che svolge la funzione di “bordone”
– “Sa mancosa”, che è legata a “su tumbu”
– “sa croba”: dall’unione delle componenti precedenti
Non collegata direttamente a queste 3 parti ce n’è un’altra: “sa mancosedda”. Questa è il segmento da cui viene emessa la melodia.
Un altro componente, probabilmente il più complesso da costruire, sono le “ance”, in sardo detti “cabitzinnus”: si tratta di piccoli “cannellini” inseriti all’interno delle canne. Esse sono il “motore” dello strumento!
Se le altre componenti venissero costruite commettendo qualche eventuale errore nella struttura, ci sarebbe la possibilità di eseguire correzioni (spesso attraverso l’utilizzo di un bisturi). Per le “ance” vale la regola “o la va, o la spacca”. Non è soltanto un modo di dire, infatti finché il suono non è apprezzato dall’orecchio del costruttore/suonatore, lo strumento deve essere buttato e ricostruito dall’inizio.
Le “launeddas” devono essere intonati alla perfezione, che viene raggiunta solo grazie all’applicazione minuziosa della cera d’api all’interno delle “ance”. Inoltre, essendo composta quasi esclusivamente da canna, è assai sensibile agli sbalzi di temperatura. Dunque, anche l’accordatura è una pratica che richiede pazienza e tempo.

Com’è strutturato il repertorio tipico, e in che formazioni viene utilizzato il tuo strumento?

Il repertorio tipico comprende, principalmente, suonate a ballo, suonate per accompagnamento religioso e accompagnamento di canti tradizionali (“trallalera”, “mutettus”, “s’arrepentina”, “canzoni a curba”).
Per complessità e vastità di passaggi, sfaccettature, trilli e abbellimenti, il repertorio più difficile da eseguire è senza dubbio quello che riguarda i balli. Ovviamente anche gli altri repertori possiedono le loro difficoltà: insomma, non c’è nulla di semplice!

Lo strumento è impiegato anche in altri ambiti, come l’accompagnamento da balli, soprattutto quello “campidanese” o le formazioni etniche che ripropongono balli di varie zone della Sardegna. In questi casi, le “launeddas” si accompagnano ad altri strumenti, quali organetto, “trunfa”, chitarra, percussioni o fisarmoniche.
Col passare del tempo e l’evolversi della nostra comunità, si è affermato un altro tipo di utilizzo delle “launeddas”, che, a parer mio, merita davvero molto: quello fuori dal repertorio tradizionale. Si utilizzano le launeddas in ambiti Jazz, pop, etnopop, musica leggera o musica “world”: considero tutto ciò, qualcosa di stupendo, poiché fa comprendere, anche a chi non è originario dei nostri luoghi, quanta potenzialità ci sia dietro a queste semplici ed umili “canne”, che in realtà sono in grado di confrontarsi con le musiche di tutto il mondo.
Concludendo, vorrei ringraziarVi ancora per la gentilezza, sperando di essere stato esaustivo nelle risposte.
A SI BIRI IN SARDINNIA! (Ci vediamo in Sardegna!)

Le Chiavi della Città: dopo Lastrico, i Giovani Canterini di Sant’Olcese

TrallalerOnline intervista Enrico Trucco, assessore del Comune di Sant’Olcese, che racconta alla nostra rivista la consegna dell’importante onorificenza alla squadra di canto santolcesina, già assegnata lo scorso anno a Maurizio Lastrico.

Da sinistra: Enrico Trucco, Simona Lottici e Matteo Boero dell’Amministrazione Comunale di Sant’Olcese e Paolo Besagno dei Giovani Canterini di Sant’Olcese. Foto di Massimiliano Ruvolo.

Sembra che la cultura oggi sia messa in secondo piano, a favore dei toni urlati sui social. Cosa significa oggi istituire un’onorificenza come la consegna delle Chiavi della Città?

Significa molto, per me e per tutta l’Amministrazione. Il Comune di Sant’Olcese non aveva, a nostra memoria, mai istituito un’onorificenza di questo tipo, ad eccezione del conferimento della cittadinanza onoraria, che ovviamente non si adatta a chi cittadino è già o, come in questo caso, ad un’associazione. Un premio per riconoscere il valore della promozione dell’immagine del nostro territorio, dei valori e dei principi a cui l’Ente e il suo Statuto si ispirano.  Un momento di festa, che non può che essere legato alla cultura nel senso più stretto del termine, cioè il coltivare nelle persone tutta la bellezza che troviamo nel nostro piccolo mondo, rendendole partecipi di tutto ciò che vale la pena di essere conosciuto, ammirato e custodito nel tempo. Questa onorificenza, in questo momento storico in cui tutto viene urlato, appunto, e bruciato in pochissimo tempo, vuole essere anche una riflessione su ciò che abbiamo, che ci dà lustro e che vogliamo mantenere per lunghissimo tempo.

 
Quanto è importante oggi rivalutare e sostenere le realtà e le eccellenze locali?

Fondamentale, e non solo nel campo della cultura. Penso al volontariato, a chi si occupa di soccorso e di protezione civile, a chi offre momenti di svago ai cittadini. Un paese vivo è un paese con realtà locali vive, che si impegnano per migliorare il posto in cui vivono e che danno un contributo imprescindibile alle amministrazioni locali. Il sostegno che si può dare molto spesso è solo di tipo morale, le risorse sono poche, ma se queste realtà vedono un’amministrazione che è loro vicina, le sostiene nelle loro difficoltà anche semplicemente facendo da punto di riferimento per le loro istanze, sanno dare in cambio un contributo senza eguali in termini di entusiasmo e partecipazione alla vita di un paese che, altrimenti, rischia di ridursi ad una semplice periferia cittadina. 


Negli ultimi anni in Liguria come in altre regioni si tende a dimenticare o, comunque, a sottovalutare il patrimonio artistico e in modo particolare quello popolare. Certo la vostra Amministrazione ha dimostrato di essere in controtendenza. Sei d’accordo su questo punto?

In Italia abbiamo un patrimonio artistico inestimabile. Purtroppo la tendenza è quella di non investire su questo patrimonio, diminuendone la potenzialità e mettendolo a forte rischio. Ci sono patrimoni meno tangibili e più a rischio estinzione: sono proprio quelli popolari, tramandati a voce che, senza l’adeguato supporto, rischiano di scomparire. La mentalità è molto spesso quella del “tanto qualcuno ci pensa”, e qui si ritorna alle eccellenze spontanee come nel caso dei Canterini. Ma non sempre si è fortunati di avere un Paolo Besagno, o chi per lui, che inventa qualcosa di importante. Per questo sono necessari progetti di valorizzazione con adeguate coperture. In un piccolo Comune come il nostro è difficile incidere, ma bisogna lanciare dei messaggi nella giusta direzione. Penso non solo a questo premio, ma anche per esempio alla Compagnia di teatro dialettale del nostro Comune o ad altri progetti che abbiamo ospitato e che invece ora sono messi in difficoltà da tagli con motivazioni discutibili.

 

Intervista a Chiara Ferraris

La scrittrice ci parla del suo romanzo d’esordio L’impromissa.

Chiara Ferraris, foto di Gianluca Russo

Chi è Chiara Ferraris?

Direi essenzialmente una persona che non sa stare ferma. Sono insegnante di scienze, sono una mamma, un’appassionata lettrice e, fino a qualche tempo fa segretamente, anche una scrittrice.


Parliamo de L’impromissa, il tuo romanzo d’esordio.

È un romanzo nato dal desiderio di portare fino in fondo un’idea precisa: una protagonista che fosse molto sfaccettata, ma, soprattutto, vera. Piena di paure, dubbi, che si detta regole per sopravvivere a situazioni più grandi di lei, ma che poi si butta a occhi chiusi, se ci sono in gioco le emozioni. Così è nata Alice, una ragazzina che, all’inizio degli anni Venti, si trova sempre in movimento, passa dalla casa della zia materna all’orfanotrofio e da lì viene adottata da una famiglia di contadini, come aiutante. Una ragazzina che si troverà a ricostruire il concetto di famiglia molte volte,nella propria vita, e a chiedersi quanto peso dare ai propri sentimenti. Il romanzo si sviluppa su due piani temporali differenti: gli anni del Ventennio fascista, con Alice, e nel presente, con Agata, la pronipote che scopre i diari dell’antenata e con essi una parte della storia della sua famiglia che non conosceva.

La scrittura è sicuramente un fatto personale, così come la lettura. Uno scrittore “si legge” mentre scrive e, quindi, possiamo dire che si trovi in una posizione privilegiata rispetto a quella del semplice lettore. Condividi questo aspetto dello scrivere?

Trovo nella scrittura qualcosa di molto istintivo e naturale, per cui, mentre scrivo, non mi faccio molte domande su quanto io attinga alla mia vita personale. Succede dopo, di solito. Mi accorgo di guardare attraverso gli occhi dei miei personaggi con una particolare luce sugli eventi, anche quelli molto distanti dal mio vissuto. Ma in fondo un libro è di chi lo legge, ognuno pronuncia le parole delle pagine che legge con la propria voce, le fa sue, diventano un fatto personalissimo e legato alla propria esistenza.

Le parole sono cose, un concetto che si presenta più volte in letteratura ed è affrontato da autori di diversa provenienza e formazione.
Quanto, per te, sono importanti le parole – oltre a quelle che scrivi – e quanto possono modificare il corso di un’esistenza?

Le parole, la loro forma, il suono che ne deriva, sono qualcosa di unico e irripetibile. Per questo ce ne sono alcune più giuste di altre, anche se molto vicine come significato. È un aspetto che mi affascina molto, e che vorrei poter approfondire.

Non so se sia così per tutti, ma io do molto peso alle parole che dico e a quelle che mi vengono rivolte, per questo reputo sia fondamentale rivolgersi agli altri sempre con estrema cautela. Si può esprimere un’opinione, ad esempio, nei modi più disparati: sarebbe saggio optare sempre per quello più gentile.

Ne L’Impromissa, senza anticipare nulla della storia che hai scritto, vi sono “parole dentro le parole” e sembra che il romanzo sia costruito
proprio attorno a dialoghi, non solo affidati alla voce. Ti trovi d’accordo?

L’equilibrio tra la parte dialogata, la trama, la voce narrante non è sempre semplice, ma ci vuole. E’ come una ricetta: la dose giusta di ogni ingrediente.

Chiara Ferraris, foto di Gianluca Russo

Grazie alla fase di lavorazione con l’editor, un preziosissimo punto di vista, spero di aver raggiunto questo delicato equilibrio, ne “L’impromissa”, anche se poi l’opinione più indicativa è quella dei lettori e lì, si sa, gioca anche molto il gusto personale.

Tendenzialmente io amo molto i dialoghi, permettono di definire meglio i personaggi, di trasmettere stati d’animo senza dichiararli apertamente, di dare velocità alla lettura, ma sono anche difficili da costruire.


Il tuo romanzo non si ferma alla semplice narrazione ma, tra le righe, aleggia un afflato poetico. Le persone, i luoghi, i caratteri vengono presentati facendo sempre in modo che il lettore possa visualizzare con il proprio occhio interiore le situazioni narrate nel romanzo e, quindi, riscrivere con la propria sensibilità la sceneggiatura. Emerge così la poesia. Si dice spesso che essa sia bellissima e salvifica, perchè inutile.
Ti ritrovi in questo?


Trovo la poesia una parte imprescindibile della mia vita. C’è poesia nelle parole, come vengono usate, affiancate, in modo che fluiscano come un fiume o, talvolta, come un rigagnolo, c’è poesia nella natura, nelle note musicali, nei momenti intensi della vita. La poesia è ovunque, e per me ha una grande utilità: nutre l’anima, la scioglie dal vincolo del materialismo, dalla ruota del criceto impazzito in cui siamo costretti a correre tutti i giorni.


Cosa rappresenta per te la terra, personaggio che ricopre un ruolo così importante nel tuo racconto?


La terra non poteva che essere un elemento importante del romanzo, dato che ho scelto di parlare di una famiglia di contadini, che vive di quello che viene dalla terra. Per me rappresenta l’essenzialità, una riscoperta della propria vera origine; il contatto con la terra, essere in accordo con lei, con le sue stagioni, i suoi ritmi, molto più lenti e imprevedibili di quelli che noi ci imponiamo, riavvicina l’uomo a se stesso. O almeno, per me è stato così.


Stai lavorando a nuovi progetti?

Il romanzo ha preso vita cinque anni fa ed è stato come aprire un rubinetto: da allora le idee, le parole, hanno cominciato a fluire da me con una velocità pazzesca. Quindi sì, continuo a scrivere. Speriamo che diventino progetti.

Trallalero a Rapallo!

Paolo Castagneto ci racconta dell’Associazione Liguri Antighi – I Rapallin in occasione del concerto dei Giovani Canterini di Sant’Olcese che si terrà Sabato 27 Aprile alle ore 20.45 presso l’Oratorio dei Neri a Rapallo (Ge)

L’Oratorio dei Neri a Rapallo (Ge)

Dal successo ottenuto dal primo Raduno Internazionale dei Canessa del luglio 2007 e dal desiderio di coinvolgere altri “casati” locali, il 29 ottobre 2008 è stata costituita l’ Associazione “ Liguri Antighi – I Rapallin” .Un’ Associazione di persone il cui Casato è originario del territorio dell’antica Repubblica di Genova o dei suoi antichi possedimenti, la cui storia e/o presenza nel mondo dura da oltre cinque secoli.L’ Associazione è denominata “Liguri Antighi – I Rapallin” dal titolo del volume che riporta le memorie delle famiglie presenti nel territorio dell’ antica giurisdizione di Rapallo prima del 1528. L’ Associazione, inizialmente aperta alle sole persone originarie del territorio dell’ex Podesteria, poi Capitaneato di Rapallo, offre ora la possibilità di farne parte a chiunque lo desideri, purché dimostri “uno spiccato interesse per L’Associazione e ne condivida appieno gli scopi (art. 2 e 3 statuto sociale)”.Lo scopo dell’ Associazione è quello di promuovere, sostenere e difendere, mediante opportune e idonee iniziative, la valorizzazione della Storia Patria, della cultura, delle tradizioni, degli usi, dei costumi, delle parlate e di ogni altra specificità della Gente Ligure.Nell’ambito della propria attività, l’Associazione, oltre l’impegno di mantenere sempre viva la memoria della “ Gens Ligustica” e del suo glorioso passato e rendere onore ai suoi personaggi illustri, si impegna a sviluppare ed intraprendere iniziative di turismo culturale, con visite a luoghi d’arte, di valori paesaggistici, di cultura, di storia e di culto; con raduni nazionali ed internazionali di persone di uno o più Casati nonché con incontri, convegni, gemellaggi, scambi culturali, ricerche genealogiche, ecc.Da ottobre 2011, l’ Associazione pubblica un periodico con cadenza mediamente mensile dal titolo “I Rapallin” che, con una tiratura di 5000 copie, viene distribuito nelle località maggiori (Rapallo, Santa Margherita Ligure, Zoagli e alta Fontanabuona) dell’ex Capitaneato rapallino. Avvenimento più importante per l’ Associazione è l’ annuale Raduno dei Rapallin, quest’anno alla undicesima edizione. Concomitante al raduno è il conferimento del “Rapallino d’Oro”,assegnato a persone, enti, associazioni per meriti umanitari, imprenditoriali, culturali ecc.
Il Rapallino d’ oro 2019 sarà consegnato ad una Socia Casalinga centenaria come riconoscimento al merito del “lavoro casalingo”, specie quello svolto da lei quando non esisteva ancora alcun strumento meccanico ed elettrico costruito per alleviare la fatica di tale lavoro. Nell’ambito di questi festeggiamenti, l’ Associazione ha ritenuto di inserire il concerto de “ I giovani Canterini di Sant’ Olcese” come omaggio e riscoperta del canto popolare genovese ed in particolare del Trallalero.La sede del concerto sarà nel cuore del Centro Storico rapallese, nelle vicinanze del Palazzo Comunale dove sorge un piccolo complesso formato dalla Torre Civica e dalla Chiesa di Santo Stefano, attorniate da un grazioso giardino.La Chiesa di Santo Stefano, oggi chiamata Oratorio dei Neri in quanto sede della Confraternita Mortis et Orationis, è considerata la prima pieve di Rapallo e si ritiene edificata prima dell’anno Mille.Sede originaria della Cristianità in Rapallo, fu affiancata, nel 1459, dalla Torre Civica, simbolo delle libertà comunali. Dal 1910 la Torre è monumento nazionale.

Intervista a Vladimiro Zullo


Vladi è il figlio di Giuseppe Zullo detto “Pippo” fondatore, insieme a Giuseppe “Pucci” Deliperi, dei Trilli, il più popolare duo folk genovese. Vladi oggi prosegue l’attività dei Trilli dopo la scomparsa degli ideatori del progetto musicale.

Vladi, parlaci un po’ di te e di questi nuovi Trilli

Sono sempre stato affascinato dalla musica, dalla più tenera età e, vivendo in casa con un musicista, era facile, per me, accedere a tutto il materiale disponibile. C’erano valanghe di dischi e musicassette e spesso, con o senza la presenza di mio padre, andavo a rovistare tra le sue cose e mi mettevo ad ascoltare di tutto: dalla musica francese di Edith Piaf, Aznavour e Brel, per poi cambiare totalmente genere e passare a Bob Geldof, Dylan o Elton John e i Beatles.

Amo l’arte in tutte le sue sfaccettature, apprezzo molto la scultura e la pittura, amo i colori e tutto quello che sia fonte di vita e mi trovo benissimo quando sono in mezzo alla natura.

Sono un comunicatore, mi è sempre piaciuto aggregare le persone e creare sintonia: sono uno dei pochi ad aver messo insieme artisti che, per varie vicissitudini, non si parlavano, e di questo vado orgoglioso.

Sono una persona molto sensibile, decisa e caparbia: quando decido che devo ottenere una cosa, difficilmente mi tiro indietro, finché non raggiungo gli obiettivi.

Chiaramente, sono un amante della musica genovese sin da quando ero bambino, anche se allora mi risultava difficile comprendere il dialetto.

Mi affascinava il canto delle squadre, quel trallalero genovese che ha sempre fatto da sottofondo alla mia vita.

Poiché mio padre ne era un grande cultore, di conseguenza mi aiutò a conoscere meglio e ad amare anche questa straordinaria forma di canto, che può essere considerata la madre di tutto quello che ne è conseguito, a partire dai primi autori come Marzari e Cappello, prima ancora di arrivare ai cantautori liguri contemporanei come De André.

A quella scuola si sono poi formati gli altri cantautori genovesi come Franca Lai, Piero Parodi e gli stessi Trilli.

Questi ultimi hanno avuto una sensibilità che ha permesso loro di traslare in chiave moderna un dialetto rimasto, fino ad allora, troppo radicato nel passato, potendo così avvicinare anche i più giovani.

Questa è la stessa prerogativa con la quale porto avanti il mio progetto, con un occhio di riguardo verso il passato, introducendo nuove sonorità: sperimentare e contaminare, per poter raggiungere sempre più pubblico.

I nuovi Trilli rappresentano una continuazione della formazione storica che porto avanti da oltre dieci anni.

Dopo la prematura scomparsa di papà, era rimasto un passo da compiere, quello di poter sperimentare qualcosa assieme.

L’idea c’era, la voglia anche, infatti spesso duettavo con lui nella nostra barca, il club ristorante Il Peschereccio, tragicamente affondato nello stesso anno della scomparsa di papà.

Non c’è stato il tempo, la malattia non ce l’ha permesso, ma gli promisi che mi sarei impegnato per portare avanti la sua grande eredità.

Certo, le difficoltà non erano poche: lo scetticismo dei più anziani, le critiche.

Adesso, però, la gente ha capito e apprezza quello che sto facendo con tanta passione e rispetto.

Per questo, mi avvalgo della collaborazione di alcuni musicisti. Negli ultimi anni la formazione-tipo è composta da: Fabrizio Salvini alla batteria e percussioni, Alberto Marafioti – il più anziano del gruppo – alle tastiere, Fabio Bavastro al basso, Valeria Saturnio al violino, Davide e Alessandro De Muro, papà e figlio, alle chitarre. Quest’ultimo, diciotto anni, potrebbe diventare il nostro erede musicale, viste l’interesse e la determinazione con le quali porta avanti insieme a me questo progetto.

Siamo tutti uniti da una grande passione e da tanti ricordi che ci legano alla tradizione genovese.

Tuo papà, insieme a Pucci, ha scritto una pagina importante della canzone dialettale genovese. Cosa è cambiato oggi rispetto ad allora? Mi spiego meglio: come è cambiato il modo di seguire la musica dei Trilli di oggi rispetto a quelli di ieri?

È sicuramente cambiato il modo in cui il pubblico si avvicina alla nostra musica. Una volta i Trilli erano ascoltati attraverso i dischi e le cassette, oggi con i CD.

Gli storici Trilli vendevano annualmente migliaia di dischi: stiamo parlando di numeri impossibili da raggiungere con la musica dialettale ai giorni nostri, poi in Liguria non ne parliamo.

Forse l’unica che riesce a conseguire risultati importanti è ancora oggi la canzone napoletana.

All’epoca, ascoltare musica era anche un modo per stare insieme, adesso lo si fa poco e, con l’avvento di internet, tutto è troppo veloce.

Non tutto il nostro pubblico ascolta abitualmente la nostra musica su internet e, infatti, preferisce venirci ad ascoltare dal vivo nei locali e nelle piazze dove ci esibiamo.

Abbiamo recentemente pubblicato sulle pagine di TrallalerOnline un articolo riguardante il tuo ultimo lavoro teatrale. Puoi parlarcene un po’ più in dettaglio?

Questo spettacolo è un viaggio a ritroso nel tempo, visto con gli occhi di un figlio che racconta la carriera del padre e del suo socio, parlando delle proprie esperienze personali vissute con loro.

Ci sono racconti della vecchia Genova, i profumi, i sapori della città, narrati attraverso filmati, testi e canzoni.

Si racconta di come i Trilli nacquero artisticamente, dei loro aspetti caratteriali, musicali e dei tanti amici che collaborarono con loro, dell’incontro con Faber in una sezione interamente dedicata a lui, nella quale prevalgono il contesto quotidiano e momenti condivisi con Fabrizio de André, quando lo conobbi negli anni Novanta insieme a mio padre.

Lo spettacolo è una storia che fa riflettere, sperare e non lascia indifferenti.

Attestati di stima, ottima risposta del pubblico e ottime recensioni tra le quali voglio ricordare quella di Paolo Colombo, giornalista de La7.

Progetti in cantiere?

Ci sono diversi progetti. Attualmente sto lavorando a un libro che si rifà parzialmente allo spettacolo teatrale, nel quale inserirò molti altre storie che riguardano Pippo e Pucci e che, per motivi di spazio, non ho potuto portare in teatro.

Racconterò della vita della mia famiglia, aspetti personali che tengo a inserire in questo lavoro perché ritengo di grande impatto emotivo.

Inoltre si sta lavorando, con la collaborazione di alcuni grandi artisti nazionali, alla realizzazione di un altro CD e a un progetto con Carlo Denei, cabarettista degli allora Cavalli Marci, autore di Striscia la Notizia. Partiremo da Genova, destinazione Sanremo e gireremo un docufilm durante tutte le tappe nelle varie località liguri.

Poi ci sarà una partecipazione in un film di cui non posso ancora parlare, un’altra esperienza che servirà a crescere ulteriormente. È bello affrontare nuove sfide e non porsi limiti.

La storia continua.

Ciao e grazie a tutti.

…ruhe!…ruhe!

Intervista a Paolo Besagno

Paolo Besagno ha studiato Pianoforte con il M° Giuseppina Schicchi e Composizione e Musica Elettronica con il M° Riccardo Dapelo. E’ proprio la musica elettronica a caratterizzare la sua produzione, anche se da più di venticinque anni canta nel ruolo di contralto nella formazione di trallalero genovese “I Giovani Canterini di Sant’Olcese”.

Nel 1996 vince il Premio Città di Recanati – Nuove tendenze della canzone d’Autore con il brano “O trallalero canson de ‘na vitta” per squadra di canto popolare genovese. Nel 2009 il suo brano “In primo vere” per voci di bimbe e nastro magnetico viene selezionato ed eseguito a Emufest presso l’Accademia di Santa Cecilia in Roma. Nel 2015 il suo brano “Largo IV” per nastro magnetico e impianto di diffusione a 24 canali viene eseguito alla rassegna “Suoni Inauditi”, presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali “Pietro Mascagni” di Livorno. Sempre nel 2015 fonda con l’amico, libero organizzatore di suoni, Rinaldo Marti, il consort vocale“EthnoGenova”, collaborando alla realizzazione di un progetto per l’ascolto interattivo/immersivo del trallalero genovese.

Nel 2018 il suo brano “Witte flame” viene selezionato ed eseguito al festival Rimusicazioni di Bolzano.

Paolo Besagno, Sandro Secchi, Stefano Bosi

Parliamo di …ruhe…ruhe!

…ruhe…ruhe! è una riflessione o, per citare la frase che accompagna da anni questo lavoro, «un libero ragionamento sulla sofferenza».

Procediamo con ordine: vuoi raccontarci di cosa si tratta, a quale tipo di rappresentazione potrà assistere il pubblico?

E’ un’installazione multidisciplinare. Sul palco, tre musicisti – (Paolo Besagno: pianoforte, voce e elettroniche; Stefano Bosi: fisarmonica; Sandro Secchi: voce, chitarra, arrangiamenti – N. d. R.); la musica che si ascolta spazia dalla canzone d’autore all’elettroacustica. Il trio esegue otto brani in lingua genovese, mentre sullo schermo vengono proiettate immagini che hanno come filo conduttore la sofferenza dell’uomo, vista attraverso la lettura della passione di Gesù. Si passa da un ambiente prettamente tonale, tipico della canzone d’autore, a sequenze acusmatiche le quali, dal punto di vista dell’ascolto, si trovano agli antipodi rispetto alla prima. Unico brano esterno alla sequenza relativa alla Passione narrata nei Vangeli, è Tu dolcissima madre, cantato in tre lingue: greco antico – nella bella traduzione di Aldo Giavitto – genovese e italiano.

Cosa intendi per «lettura della Passione»?

I testi delle canzoni sono tratti dai Vangeli Sinottici, ma non si tratta di una vera e propria traduzione: potrei dire che sono delle ricostruzioni ambientali di quella che viene chiamata Via Crucis, pensata in genovese, riproposta al pubblico in tale lingua e sottotitolata in italiano.

Innovazione e tradizione, dunque?

Sì. Innovazione, se così possiamo dire, nell’uso della musica elettroacustica, a dire il vero ormai neanche più tanto innovativa e tradizione, nella canzone d’autore e nella la scelta delle immagini, ricaduta sulle Confraternite liguri con i loro Cristi e sulle Tele Blu, conservate al museo Diocesano di Genova – che ringrazio per averci permesso di pubblicarle – raffiguranti scene della passione di Cristo, dipinte su tela di jeans. Le immagini dei Cristi in processione sono di Andrea Giliberto mentre le Tele Blu sono ritratte in una serie di scatti di Massimo Barattini. Un’intera sequenza è dedicata a immagini dall’Africa, realizzate da Giancarlo Trovati. Le foto di apertura meritano una riflessione: si tratta di inquadrature del Ponte Morandi. Quando le scelsi, mai avrei pensato che un giorno sarebbero divenute il simbolo della grande sofferenza di un’intera città!

Tradizione è anche l’uso del greco antico in un brano, Ὤ ἡδιστε σύ μῆτηρ (Tu dolcissima madre – N. d. R.), lingua nella quale ci è pervenuta una grande parte di documenti dell’antichità e, tra questi, le Scritture.

Che ruolo hanno, nell’installazione, le Confraternite Liguri?

I cristezanti (dal genovese: portatori dei crocifissi – N. d. R.) partecipano all’installazione, portando un crocifisso sulla scena. Il Cristo viene tenuto in piedi, poggiato a terra, per tutta la durata del concerto e solo quando suoniamo l’ultimo brano, quello relativo alla resurrezione di Gesù, il portatore lo mette in crocco (la speciale cintura di cuoio che serve al portatore per sorreggere la croce – N. d. R.), come si dice tradizionalmente, e fa risuonare i canti, ossia le decorazioni floreali in oro, poste alla sommità dei bracci della croce. Queste decorazioni, costituite da fiori metallici dorati, scosse dai movimenti del portatore per tenere in equilibrio il crocifisso, emettono un suono caratteristico.

La sofferenza, un tema sempre attuale.

La sofferenza è nella natura dell’uomo. La storia che raccontiamo nel nostro concerto è universale, livella tutti sullo stesso piano. Non è necessario essere credenti per leggerla, si può infatti superare il concetto di Cristo-Figlio-di-Dio e pensare semplicemente a un episodio molto doloroso e comune: la storia di un uomo condannato, con molta probabilità, ingiustamente.

Quest’ignominia è stata applicata ciclicamente, in vari periodi storici compreso il presente, a intere porzioni di genere umano. In un primo momento …ruhe…ruhe! gravitava di fatto attorno alla tragedia della Shoah, ma presto ci siamo accorti che, purtroppo, tale connotazione era riduttiva.

Hai accennato alla Shoah. Il titolo …ruhe!…ruhe! Affonda le sue radici proprio là, nello sterminio degli ebrei?

…ruhe!…ruhe! è un intercalare di leviana memoria. L’ho letto per la prima volta tra le pagine di Se questo è un uomo di Primo Levi. In tedesco vuol dire «silenzio!», «state zitti» o qualcosa di molto simile. Era una delle tante voci che si potevano udire nelle baracche dei campi di concentramento quando era ora di coricarsi e cercare di dormire. Ruhe significa letteralmente «pace». Forse è stato questo contrasto, scaturito dal concetto di pace, calato quasi fuori luogo nel buio del campo di concentramento, a farmi pensare alla sofferenza. Da lì, alla passione di Cristo, il passo è stato breve.

Dopo tanti anni, cosa rappresenta per te quest’opera?

Un’esperienza straordinaria, condivisa con due grandi amici. Sandro per me è un fratello. Lo conosco da quando eravamo ragazzini e la musica ci ha sempre legati; questo progetto, che suoniamo da così tanto tempo, ha avuto fin dalle prime esecuzioni una sua forma definitiva e distintiva proprio grazie al suo lavoro: gli arrangiamenti di …ruhe…ruhe! sono tutti di Sandro. Stefano, dal canto suo, ha grande sensibilità e considerevole esperienza, soprattutto per quanto concerne la musica d’insieme, caratteristiche che emergono puntuali nelle sue efficaci parti strumentali. E’ bellissimo sentirsi compresi…

Prossimi appuntamenti?

Lunedì 8 aprile 2019, ore 20.30, Chiesa di S.Zita a Genova in Via S. Zita 2

Vladimiro Zullo e i Trilli

L’anno scorso, Vladimiro Zullo, figlio di Giuseppe Zullo in arte Pippo dei Trilli, ha preso la coraggiosa scelta di avvicinarsi al mondo del teatro per costruire uno spettacolo che potesse raccontare tra aneddoti e musica la storia dei Trilli dagli esordi ad oggi. Coadiuvato dal noto regista Lazzaro Calcagno nasce così  lo spettacolo I Trilli: una storia genovese che ha ottenuto un grandissimo successo di pubblico. Quest anno è stato nuovamente proposto in una veste rinnovata con un inedito capitolo dedicato a Fabrizio de Andrè¨. Vladi porta sul palco i suoi ricordi e le sue emozioni di figlio, partendo da un fatto che ha segnato indelebilmente la sua storia e quella della sua famiglia, l’affondamento del Club-Ristorante Il Peschereccio di Pippo dei Trilli, avvenuto qualche mese dopo la sua prematura scomparsa.

I Trilli. Al centro, Vladi.

Aneddoti sulla nascita dello storico duo, il rapporto tra un padre e un figlio, ricordi trascinati per sempre in fondo al mare ma che restano nel cuore di chi ama, sfidando ogni legge spazio/temporale, spaccati di una Genova che sembra non esistere più, profumi assopiti ma che riaffiorano da un caruggio.